Il ‘valore’ del disoccupato

Una donna in carriera scrive alla Bossi-Fedrigotti del marito neodisoccupato (Forum IBF sul Corriere – fine ott. 09). Dice che sta in casa ed è infelice. Si angoscia per l’immagine di sé che gli par di dare ai figli. E’ in imbarazzo con parenti e amici. Basta un’innocua domanda per metterlo in crisi. Scrive poi che cerca di dargli forza, sostenendo che “il valore di un uomo non deve stare nello stipendio, ma in quello che è come persona.”

La Fedrigotti risponde che quella reazione negativa dipende dalla persistente cultura dei secoli trascorsi in cui il maschio si vedeva come la “guida”. E così, quando perde quel ruolo va in “crisi profondissima”.

Ho postato in quel forum le seguenti considerazioni. Che qualcuno definì “da incubo”.  Eccolo qua l’incubo.

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L’indipendenza economica femminile è alla base della parità perché quando dipende dal reddito del marito la donna è sottomessa. Verità fondamentale che nessuno osa negare. Neppure i maschilisti.

DisoccupatiQuando però questo tocca al marito, allora il suo percepirsi inutile e in stato di inferiorità, il suo disorientamento e la sua depressione incipiente li assegniamo al maschilismo di cui è “intriso”.

La donna che perde il lavoro teme – e prova – la perdita dell’autonomia. All’uomo che teme – e prova – la stessa cosa, diciamo che non deve provarla. Se non ci ascolta e continua a provarla, vuol dire che è maschilista.

Si dice che la persona vale per quel che è, non per quel che produce. Altissimo ideale.

Ma le donne non sposano disoccupati. Dal marito si aspettano un reddito. Nessun uomo invece si aspetta quello, ma sesso e manutenzione.

Cosa potrà porre sul piatto della bilancia il disoccupato, già dipendente sessualmente? Ad una dipendenza sommerà l’altra. Il minimo che può fare è rinunciare al sesso. Se non ci pensa da solo,  provvederà l’inconscio facendolo diventare impotente. E infatti è quello che accade.

Le donne valgono per ciò che hanno, il corpo, gli uomini per ciò che fanno. Una donna che non produce non perde valore. Un uomo che non produce nulla non vale niente.

Un disoccupato (che nessuna vuole) è l’equivalente di una sfregiata (che nessuno desidera). Ecco qua una verità eterna. L’amore si fonda sul reciproco bisogno. Finito il bisogno, finito l’amore.

Sarebbe bello se il mondo fosse diverso da come è. Invece è come è.

Rendo onore alle sofferenze dei mariti disoccupati che sentono di non valere più nulla. E’ la verità.

RDV

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37 Responses to Il ‘valore’ del disoccupato

  1. giubizza ha detto:

    Gentili signori, vi scrivo riguardo un articolo che ho letto nella rubrica “Lettere al Sole” di venerdì scorso 28 gennaio. L’articolo riguardava l’ossessionante questione di portare l’occupazione femminile al 50%.

    Io ora mi chiedo perché mai dovrebbe esserci un obbligo da parte dei cittadini affinché la parità dei diritti debba per forza tradursi in una forzata parità numerica. Come mai questa ossessione?

    Inoltre mi chiedo se i disoccuapti maschi non abbiano gli stessi diritti delle disoccupate femmine se si vogliono favorire queste ultime. Non sarebbe meglio una politica che favorisca l’occupazione tout court invece di fare discriminazioni in tal senso? O meglio ancora una politica di una più efficiente distribuzione della ricchezza?

    Ma la cosa che più mi infastidisce di tutto questo è la mancanza di rispetto della sfera privata e familiare. Questa gente che fa apologia di una parità numerica vuole entrare nell’intimità delle famiglie e imporre alla gente la loro idea su cosa debba fare un marito, una moglie, un genitore e via dicendo. Scusate ma io in casa mia faccio quel che mi pare e piace. Se le faccende domestiche vuole farle mia moglie non credo che io debba rendere conto a qualcuno.

    Sarebbe ora di finirla con queste “analisi” sociali di pessimo gusto e puntare l’attenzione alle esigenze reali della povera gente e del popolo in generale.

    Cordiali saluti.

  2. Sasha ha detto:

    Quando si parla di uomini beta o uomini alfa non si pronuncia un giudizio di valore sugli stessi, bensì si mette in evidenza come sono percepiti socialmente dalla stragrande maggioranza degli individui nella coeva società capitalistico-consumistica.
    Nella maggior parte dei casi gli uomini beta sono da preferire agli uomini alfa, i quali di solito sono diventati tali a suon d’imbrogli e intrallazzi vari.
    Ricordo un’intervista all’ormai più che ottuagenario regista Mario Monicelli. Alla domanda dell’intervistatore su che cosa lo commuovesse ancora egli rispose l’ONESTA’.
    Sarebbe bello se noi potessimo valutare gli individui attraverso grandi valori come quello. Ma basta vedere chi diavolo spediamo in Parlamento per capire che davvero non ce ne frega niente.

  3. Strider ha detto:

    giubizza
    >>>>>>>>>>>>>>>>>>>
    I sostenitori più o meno femministi più o meno antifemministi della teoria secondo la quale il Sacro Corpo Femminile sarebbe una sorta di Motore dell’Universo-mondo e della storia umana rischiano di ricevere un colpo non debole alla loro credibilità se viene alla luce il fatto che una donna, per essere appettibile, doveva portare al suo compagno non solo la sua Regale Farfalla, ma anche una dote.
    >>>>>>>>>>>>>>>>>>>

    Come se Rino certe cose non le sapesse gia’…

  4. giubizza ha detto:

    Comunque sposarsi a “tarda” età e tra coetanei è usanza piuttosto antica in Europa. Fin dal XIV secolo, da poco prima che la popolazione europea fosse decimata dalla Morte Nera che fece calare il numero di abitanti da 74 a 47 milioni, gli europei (e le europee) avevano preso l’abitudine di sposarsi sui 25 anni circa proprio per evitare di fare troppi figli. Questo comportò una modifica nelle usanze e nelle strutture familiari. I giovani, uomini e donne, divennero più liberi di scegliersi il proprio coniuge a differenza di quanto era avvenuto per molte generazioni in cui i matrimoni erano combinati dai genitori e riguardavano figli adolescenti o addirittura bambini. Il criterio con cui si prendeva moglie o marito era per lo più legato alle proprietà che possedeva l’altro e l’altra. I sostenitori più o meno femministi più o meno antifemministi della teoria secondo la quale il Sacro Corpo Femminile sarebbe una sorta di Motore dell’Universo-mondo e della storia umana rischiano di ricevere un colpo non debole alla loro credibilità se viene alla luce il fatto che una donna, per essere appettibile, doveva portare al suo compagno non solo la sua Regale Farfalla, ma anche una dote. Dote che non sempre potevano fornire i familiari e che non di rado doveva guadagnarsi lei lavorando. E il bello è che le donne lo facevano, lavoravano e accumulavano le risorse per farsi una dote pur di trovare marito.

    Ah, una precisazione: non sto parlando dei ceti élitari che costituivano una minoranza della popolazione, ma di quei ceti che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione dell’epoca: i contadini.

    Per chi è interessato all’argomento può trovare una spiegazione chiara ed esauriente di quanto dico nel bel libro di George Huppert, “Storia sociale dell’Europa moderna”, Il Mulino.

  5. Tullio ha detto:

    Sulla base di cio’ che si vale sul piano sociale allora per esempio io dovrei dire di essere un beta.
    Dato che alfa dovrebbero risultare essere gli onnipotenti, ed io non lo sono.

    Nonostante tutto trovo riduttiva questa classificazione, si tratta di una modellizzazione che non rispecchia in maniera soddisfacente la realta’.

    Per me e’ un’americanata.

  6. Rino ha detto:

    Certo, chi ha un reddito senza doverselo procurare, non è un disoccupato. E’ semplicemente un redditiere. Ma per disoccupato si intende “uno senza reddito”.

    Quanto al “sentirsi” Alfa o Beta, (o sentirsi altro su altri versanti) questo è diverso dall'”esserlo” dal punto di vista sociale e quindi delle relazioni F/M.

    Non si discute di quel che ciascuno sente si essere, ma di quel che vale sul piano sociale.

    RDV

  7. Tullio ha detto:

    1- C’e’ una cosa che vorrei far notare a proposito di questa discussione, che sostanzialmente condivido nelle sue conclusioni.

    Disoccupato = povero.

    Non e’ affatto cosi’, faccio notare che vi e’ una quantita’ di gente in giro disoccupata con reddito, insomma ricchi, che non se la passano malaccio neanche sessualmente.

    Il fatto di considerare semiautomaticamente il disoccupato uno sfigato senza soldi e’ una costrizione mentale impostaci dalla cultura degli anni bui dai quali proveniamo, in cui le risorse erano limitate, e le tecniche estrattive praticamente nulle od a braccia maschili.

    In effetti ci muoviamo verso un mondo che va in sovrapproduzione di beni, un mondo in cui il lavoro nell’accezione da noi comunemente data per scontata, in realta’ si estingue, la produzione delle risorse si automatizza.

    La gente sta cominciando a vivere piu sulla base di rendite che sul prodotto del proprio lavoro.

    Estrapolando questo andamento azzarderei la seguente affermazione:

    Gli sfigati del ventunesimo secolo, saranno i lavoratori.

    2- “Le donne non sposano un disoccupato” sta gia’ diventando obsoleta verso “Le donne non sposano un lavoratore dipendente”, infatti oggi il valore degli uomini si e’ spostato sul libero professionismo o sull’imprenditoria, ma forse in futuro saranno gli uomini a non volersi sposare, dato che sta sempre piu’ diventando semplicemente una follia farlo.

    3- Questa degli uomini alfa e beta e’ una distinzione che personalmente ho sempre rifiutato e rifiuto.
    Accettare questa classificazione e’ una resa incondizionata alla supremazia selettiva femminile.
    Io non mi sento ne alfa ne beta. E non mi ci vorrei mai sentire.
    Un uomo convinto di essere alfa, sarebbe proprio a causa di cio’, molto probabilmente un beta.
    D’altra parte uno che si sentisse beta, rischierebbe inevitabilmente di sottovalutarsi.

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