I maschi sono mortali

Se i maschi fossero mortali, si capirebbe.

Sarebbe chiaro il perché di questo creare, inventare, scoprire, realizzare, costruire. Sfidare il tempo tentando in ogni modo di lasciare qui qualcosa che, prima di loro, non c’era. Un’impresa, un’opera, un insegnamento, una scoperta, un’invenzione. Un aforisma o una barzelletta. Una trovata.  Grande, piccola o minima. Infinitesimale ma non preesistente. Qualcosa che, almeno per un attimo, sfidi il Nulla da cui vengono e verso cui vanno, sollevandosi da lì con orgoglio prometeico.

Si capirebbe perché abbiano inventato i princìpi, la fedeltà alla parola data, i giuramenti, l’imparzialità, la lealtà. Idealità costose, create apposta per poter sacrificare qualcosa di sé – o la propria interezza – e gettarla in faccia al Nulla, quello che dai bassifondi grida: “Non pagare  e non rischiare,  non regalare e non sprecarti giacché da me sei uscito e a me tornerai! A che ti vale?”.

Si capirebbe perché abbiano inventato la rinuncia, l’ascesi, il sacrificio: supremo oltraggio alla Contingenza che ordina di godere il godibile e divorare il divorabile. “Siete lassù una volta sola: approfittatene, idioti!”.

Sdegnosi, rispediscono al mittente il vergognoso imperativo per disertare dal quale bruciano l’esistenza in microsecondi di follia. Meglio morire per niente che omaggiare la meschina immortalità del Nulla.

Braccati dall’effimero, anziché abbuffarsi, questi pazzi digiunano. Potevano transitare innocenti ed invece hanno inventato la Colpa.   Gelosi della più pura tra le torture che si infliggono, se la tengono stretta.

Ammirevole insania di Dei in miniatura.

Pagare dei prezzi in questa vita come se ve ne fossero altre, come se si fosse eterni, significa fingere di esserlo. Divina insolenza, geniale trovata che esorcizza la fine immanente, la scomparsa che incombe.

Traditori dell’ordine cosmico, anelanti all’Olimpo,  hanno inventato lo Spirito per sollevarsi per un istante dalla Materia imperitura – madre dell’eterno niente – che li deride, per salvarsi per sempre in un lampo d’immortalità. I Transeunti.

Se davvero fossero mortali sarebbe chiaro perché vogliano ad ogni costo essere eterni per un istante.

RDV

13 Responses to I maschi sono mortali

  1. Animus ha detto:

    Dopo avervi lungamente pensato, devo dire che non concordo con la tesi, dato che anche la materia è mortale.
    E’ vero che la materia si conserva, ma caro Rino… si degrada!

    Alla stessa maniera si può sostenere, e forse a maggior ragione, che è il Logos ad essere immortale, che usa la materia (soggetta a naturale degrado) per perpetuarsi.
    In fondo queso non è proprio l’assunto della sociobiologia, de “il gene immortale”?
    E’ l’informazione (il logos) ad essere immortale, non la materia.

    Mi spiace, ma la tesi va rivista.

  2. Rino ha detto:

    Come sappiamo, il “Mio Dio perché mi hai abbandonato?!” sembra il grido dell’estrema disperazione e adombra persino una forma di blasfemia.
    In effetti è il grido di chi, valutate lo cose sul piano della pura immanenza, non vede ormai né come possa salvarsi né chi – quaggiù – possa salvarlo. Ora, come sappiamo, è pieno di credenti che nel profondo della loro anima in realtà non credono e che per questo trovano imbarazzante quella domanda estrema. Il vero credente è invece colui la cui speranza non è fondata sulle previsioni che umanamente può fare, sul futuro che può prefigurare con le sue limitate capacità. Quello allora è il grido di chi ha fondato la sua speranza su ciò che sta al di là del pensabile. Non più sulle sue forze.

    Ma anche i dubbiosi, se sono abbastanza intelligenti da essere umili, da riconoscere i limiti della propria conoscenza, possono fondare la loro speranza proprio su quei limiti. Quando riconosciamo che ci sono ignote le profondità e le dinamiche delle forze vitali – del Bios – e la capacità della psiche collettiva di rigenerarsi, di compensare, di guarire e guarirsi, allora tutti noi possiamo fondare la nostra speranza sul fatto che la nostra conoscenza è estremamente limitata. Nella condizione odierna se dovessimo guardare al futuro degli uomini (ma anche di quello delle donne e della comunità occidentale nel suo insieme) sulla base di quel che vediamo e di quanto conosciamo, sarebbe lecito affermare che non ci sono speranze. Ma per fortuna siamo ignoranti. In ciò che non conosciamo, là sta la nostra salvezza.

    Così la Fede dei veri credenti e l’ignoranza del veri intelligenti permettono di affermare che la nostra speranza si fonda sulla nostra fortunata ignoranza.

    Questa è l’ipotesi.

    RDV

  3. Alter Ille ha detto:

    Rino non ho capito il tuo intervento ultimo del 7 aprile. Puoi spiegarmelo per cortesia?

  4. Rino ha detto:

    Caro Alter Ille,
    l’articolo di annuncio nella prima HomePage di U3 (nel 2001) portava il titolo: “Questa volta Dio non è con noi”. Lo tolsi perché mi venne fatto insistentemente osservare che non veniva capito e che risultava fuorviante. Eppure mi sembrava ben comprensibile, soprattutto ai credenti.
    Sbagliavo.

    Infatti cosa c’è di più grande e di più carico di speranza che il grido di Cristo in croce: “Eloi! Eloi! Lamma sabactani?!” “Mio Dio! Perché mi hai abbandonato?!”

    Mi chiedo: ci sono ancora dei credenti che credono o la Fede è ormai appannaggio solo di qualche agnostico?

    RDV

  5. Alter Ille ha detto:

    Mi viene in mente il Cristo che va sulla Croce per testimoniare il Padre e il Suo amore e fa l’esperienza del silenzio e dell’abbandono del Padre e grida: “Padre , Padre! perchè mi hai abbandonato?”. Poi la morte. Più vittoria del Nulla di così. Da quella morte la Resurrezione nella Storia e, per chi crede, a fianco del Padre.

  6. Rino ha detto:

    Parto dal presupposto che la nostra esistenza sia confinata nei limiti della nascita e della morte biologica e che qui – in questo mondo visibile – si racchiuda tutto. Purtroppo. La cosa non mi rallegra per niente e infatti spero che i credenti abbiano ragione. Lo spero per loro e per tutti noi. Tuttavia quello immanente è il punto di vista alla luce del quale vanno lette le affermazioni, le ipotesi, le immagini che cerco di metter giù. Non sono affermazioni dogmatiche ma ipotesi da cui traggo delle conclusioni. E’ che non mi curo mai di quanto siano dolorose per me e per gli altri le conseguenze, le conclusioni delle ipotesi (di qui l’apparente cinismo che traspare da quasi ogni mio scritto). Con ciò mi accade talvolta di ferire i sentimenti profondi di chi mi legge. Questo mi spiace e me ne scuso, ma in fondo è la stessa sofferenza che infliggo a me stesso. D’altra parte, quando si pensa si pensa, non si spera.

    Qui cerco una spiegazione al fatto sconcertante del dono maschile, dello spreco di energie e di tempo che è tipico degli uomini i quali trascurano la cura di sé ed usano il corpo come uno strumento per realizzare qualcosa, non come una perla da proteggere e custodire, (orientamento che è di polarità femminile e che ha, ovviamente, la sua profonda ragion d’essere). Cerco una spiegazione alle vite intere dedicate allo studio di un batterio, alla verifica di una legge fisica, alla creazione di un’impresa commerciale, alla redazione di un’opera. Una spiegazione ai pericoli (e alla morte precoce) corsi dai pionieri di ogni campo e settore, quasi sempre in cambio di nulla. Alle perdite, alle tragedie subite da coloro che non hanno voluto mentire e che sono andati incontro a difficoltà, a disastri, alla prigione, alla tortura e alla morte pur di non tradire la parola data. Perché mai una creatura della terra dovrebbe rischiare la morte pur di non tradire? Cosa gliene viene?
    Da dove trae origine questo straordinario inspiegabile fenomeno?
    Su questo pianeta camminano creature disposte a morire per un principio, per una idealità impalpabile, diciamolo apertamente: per nulla. O meglio per ciò che sembra nulla e che invece è ciò che massimamente ammiriamo in un uomo. Ciò che fa di lui addirittura un qualcosa in più, quasi un’entità sovrumana da invidiare. Creature che muoiono per la parola data, per non tradire la memoria, per non venir meno alla fedeltà. Non è straordinario?

    Al tempo stesso è sorprendente il fatto che i maschi si lancino in avventure prive di senso e corrano dei rischi mortali senza alcuna speranza di ricavarne qualcosa. Anzi, talvolta, è proprio la pura gratuità del rischio a renderlo più appetibile. Perché scalare le montagne o gettarsi col parapendio?
    Come spiegare l’ebbrezza del rischio mentre resta vero, come di fatto è, che nessuno vuole morire e che siamo sempre disposti ad ammazzare mezzo mondo pur di salvarci? Come spiegare questo fenomeno? E che dire dell’aspirazione alla gloria, alla durata nella memoria delle generazioni future, così caratteristica degli uomini e di cui le donne non si curano? Non è questa forse l’espressione di un sentimento di caducità irreversibile che si tenta di contrastare nel solo modo possibile? “Non omnis moriar”, non morirò del tutto… E la noncuranza femminile verso questo sogno non è forse indice della percezione che la propria durata è garantita comunque?
    Certo, qui ipotizzo qualcosa di stravagante: che lo Spirito sia mortale e che la Materia sia invece imperitura, rovesciando i termini di una tradizione millenaria (ipotesi peraltro non originale giacché non sono il primo ad adottarla).

    Anche la questione della colpa è inclusa in questo diverso modo di essere. Infatti vi è colpa se vi è memoria (come è nel giuramento che ha per presupposto la memoria, come nella fedeltà, come nel debito) e coscienza di sé. Qui però non parlo della colpa contingente (aver fatto o non fatto questo e quello) ma dell’esser colpevoli in quanto memori e coscienti. Non delle colpe ma della Colpa. Si chiederà: ma le donne non hanno forse memoria e coscienza? Sì, ma di altra natura. Tema interessantissimo e spinoso.
    Se si dice che la Colpa è maschile è giusto sospettare che sia femminile l’Innocenza.
    Non ovviamente l’innocenza storica (che è una balla femminista) ma un altro tipo di innocenza: quella fondamentale. Ipotesi che verrà liquidata come nuclearmente misogina e di cui ragioneremo.

    A spiegazione di quelle stranezze avanzo l’ipotesi che i maschi siano mortali (= sentano intimamente di esserlo) e che cerchino di sfuggire alla morte eterna usando la loro vita per dare una qualche forma (immateriale) al mondo o – in apparente paradosso – gettandola via come se non valesse niente, sottraendosi così – in un modo o nell’altro – al potere della materia. Così facendo gridano: “Tutto è effimero e mortale, ma io vivo e muoio come se non lo fosse!”. In tal modo realizzano una forma di immortalità. Dal desiderio di vivere per sempre nascono dunque fenomeni straordinari che l’evoluzione non poteva prevedere: lealtà, fedeltà etc…

    RDV

  7. Silver ha detto:

    Sì, veramente un bel pezzo, molto profondo.

  8. Ventiluglio ha detto:

    Uno dei tuoi migliori questo pezzo, caro Rino.

    Spesso in passato sei/siamo stati criticati di essere fenomenali “distruttori”, però incapaci di parlare in positivo di qualcosa, di far balenare una luce, un’ipotesi che non fosse nichilista e senza speranza.
    La famosa “pars costruens”, contrapposta alla “pars destruens”…

    Qui invece vedo celebrati – con un lessico magnifico – alcuni degli aspetti autenticamente più luminosi e peculiari del maschile. E’ proprio la tragicità della cornice entro cui li rappresenti che li fa brillare maggiormente.

    Senza voler necessariamente sminuire l’altra metà del cielo, potremmo quasi dire che molto, moltissimo di ciò che nell’umanità intendiamo come “autenticamente umano” si iscrive in fondo al maschile, come suo tratto distintivo.

    Molto bello e toccante.

  9. Rino ha detto:

    Forse sì.
    Per questo, pur avendolo in animo da anni, l’ho messo giù solo ora.

    RDV

  10. Animus ha detto:

    Articolo molto difficile.
    Troppo…

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