Amnesty rettifica ma non si pente

Dopo aver assunto con acritica cecità e contribuito a propagandare la menzogna galattica da cui poi ha preso le distanze, l’associazione,  da sempre scrupolosissima nelle indagini e nella documentazione delle sue sacrosante denunce, non ha però avuto il coraggio di scusarsene.

D’altra parte, in questo caso, colpiti dai dati infamanti (che alimentano la misandria) sono gli uomini.  E bisogna riconoscere che è imbarazzante scusarsi di qualcosa di fronte ad essi.

Quella forza che trascinò Amnesty nell’errore è la stessa che tuttora le impedisce di chiedere scusa apertis verbis.

La natura e l’origine di quella forza ci sono ben note.

RDV
__________________

Amnesty International ammette che la violenza domestica non è la prima causa di morte per le donne: comunicato di Amnesty International

(http://asiapacific.amnesty.org/library/index/engACT770012004)

ERRATA CORRIGE

La campagna globale di Amnesty International contro la violenza sulle donne ha fatto uso dell’affermazione, attribuita al Consiglio Europeo, secondo cui:

“la violenza domestica è la prima causa di morte e disabilità per le donne fra i 16 ed i 44 anni e causa più morti e malattie del cancro e degli incidenti stradali”. Questa affermazione non corrisponde ai dati cui si riferisce.

Viene quindi cancellata dal materiale di A.I., per venire rimpiazzata dalla frase seguente:

“Secondo uno studio del 1994 basato su dati di una proiezione della Banca Mondiale, fra le 10 cause e fattori di rischio considerati per la morte e la disabilità di donne fra i 15 ed i 44 anni, lo stupro e la violenza domestica erano cause maggiori del cancro, incidenti di veicoli a motore, guerre e malaria.” [Lori L. Heise, Jacqueline Pitanguy e Adrienne Germain, 1994, Violence against Women: The Hidden Health Burden (World Bank Discussion Paper 255), World Bank].

La frase usata da A. I. è dovuta al Consiglio Europeo, raccomandazione 1582 del 27/9/2002  che a sua volta è senza referenza.  Questa frase e varianti simili sono state usate da vari gruppi nel mondo: organizzazioni femministe, organizzazioni di salute pubblica, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.  È stata variamente attribuita alla Banca Mondiale, all’Organizzazione Mondiale per la Sanità, da A.I., e dal Consiglio Europeo.

La fonte originale di questa affermazione sbagliata è: Lori L. Heise, Jacqueline Pitanguy e Adrienne Germani.

Amnesty International  5 Marzo 2004

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15 Responses to Amnesty rettifica ma non si pente

  1. Silver ha detto:

    http://www.umbria24.it/terni-uccide-la-moglie-con-una-fucilata-e-poi-si-consegna-alla-polizia/30614.html
    Terni, lei vuole lasciarlo e lui la uccide
    davanti ai figli con un colpo di fucile
    Nell’appartamento anche i due bambini. La vittima aveva 35 anni
    Scritto il 23/3/11

    L’omicidio è avvenuto in via Brodolini (Foto Umbria24.it)
    di Ivano Porfiri e Maurizio Troccoli

    Il tragico epilogo di una lite familiare vede vittima una donna, Marianna Vecchione, di origini pugliesi di soli 35 anni. Ad ammazzarla con una fucilata sarebbe stato, secondo quanto riportato dagli agenti della questura di Terni, il compagno, Giuliano Marchetti, 43enne residente a Terni.

    Le prime ricostruzioni dell’accaduto Sono le prime ore del pomeriggio di mercoledì, probabilmente poco prima delle 15, quando nell’appartamento al numero 10 di via Brodolini, a Terni, quartiere San Valentino, si scatena una lite familiare. Secondo quanto appreso, lei avrebbe voluto interrompere la relazione sentimentale che aveva con Marchetti e cacciarlo via dalla casa di proprietà della donna. La tensione a questo punto si trasforma in violenza: il 43enne imbraccia il fucile, regolarmente registrato, ed esplode tre colpi, di cui solo uno mortale, contro la compagna. A quel punto Marchetti esce di casa, vaga frastornato, senza meta – questo confesserà agli agenti – quindi si consegna ai poliziotti: sono stato io.

    I due bambini in casa Dopo la confessione gli agenti della squadra mobile ternana si sono precipitati sul luogo del delitto. Il corpo della donna è senza vita. E nella casa al terzo piano di via Brodolini (al quinto, invece, vive la madre di lei) ci sono anche i due figli della coppia di 3 e 7 anni. Se hanno assistito alla scena, se erano in un’altra stanza ed hanno ascoltato le urla della madre e del padre e l’esplosione di quel colpo mortale, è ancora da accertare. Appresa la notizia uno dei due fratelli della vittima, Massimiliano, è accorso sul posto dove, pochi minuti dopo, si è sentito male ricevendo poi le cure dei sanitari del 118.

    La cameriera cresciuta a San Valentino Marianna Vecchione, che lavorava come cameriera al ristorante Il Portale di Stroncone, era conosciuta da tutti nel quartiere, quello di San Valentino, dove era cresciuta. In precedenza la donna aveva avuto un’altra figlia, di 16 anni, dal marito con cui era sposata. Giuliano Marchetti invece, tuttora trattenuto in questura, lavora presso la Standa della città. A coordinare le indagini è il pm Barbara Mazzullo.

    ——————————

    Il CORRIERE DELL’UMBRIA, 26 marzo 2011 (pag. 39).
    di Antonio Mosca.

    Lo sfogo dell’assassino di via Brodolini. Aveva pedinato la compagna prima dell’ultima tragica lite.
    “MI UMILIAVA DAVANTI AI BAMBINI”
    E lui aveva telefonato a sua madre per farsi aiutare.

    TERNI – “Da novembre Marianna era un’altra persona.
    Mi umiliava davanti ai figli, ero diventato il suo zerbino”. Di fronte al giudice, Giuliano Marchetti, il caporeparto dell’ex Standa di Borgo Rivo arrestato dalla polizia per l’omicidio della compagna, parla come un fiume in piena. Racconta per filo e per segno di come era trattato in famiglia. Come quando in palestra il figlio più piccolo fece cadere un pezzo di carta sul parquet. Lui, per educazione, corse a raccoglierlo, ricevendo dalla compagna una sequela irripetibile di insulti e sfottò da farlo diventare rosso in volto. Cose del genere – stando al suo racconto – erano all’ordine del giorno. “Marianna lavorava di notte in pizzeria, ma anche quando non era di turno capitava che tornasse a casa anche alle 4 del mattino”. Andava a mille, Marianna.
    Con due pacchetti di sigarette e una dozzina di caffè al giorno, per reggere quel ritmo di vita forsennato.
    E lui, intanto, preparava la cena ai figli, li metteva a letto e restava ad aspettarla.
    Giuliano, nonostante la vita da separato in casa, era ancora innamorato e geloso di lei. L’aveva anche pedinata per due volte di seguito, pensando che avesse un altro. Ma aveva dovuto ricredersi.
    L’identikit dell’uomo che ha ucciso a fucilate la madre dei suoi figli ha i tratti di una persona debole e insicura piuttosto che di un assassino freddo e spietato. Su questo sembrano concordare un po’ tutti. Non solo la difesa, ma anche medici e psicologi che l’hanno visitato in carcere e, per certi versi, gli stessi inquirenti che hanno raccolto la sua confessione-sfogo. Non si spiegherebbe altrimenti il suo comportamento in quell’ultimo mercoledì di follia. Marianna che lo sfida, che gli vieta di vendere la macchina per farsene una nuova, che gli chiede una pausa di riflessione ma in realtà sta per cambiare le serrature di casa per non farlo più entrare. E che, soprattutto, dal giorno dopo gli vieterà di andare a prendere i figli a scuola.
    Lui non sa come farla ragionare e chiama al telefono sua madre per chiederle aiuto. L’effetto che sortisce, però, è peggiore del previsto. Marianna non vuole più vederlo, gli urla il suo disprezzo e, secondo quanto riferito dall’omicida, afferra un coltello in cucina per minacciarlo. Lui, ormai, è fuori di sé e prende il fucile da caccia. La donna però non sembra impaurita perché di solito quell’arma è scarica. E non la smette neppure quando Giuliano carica le munizioni. Il resto è storia nota.
    Con i due colpi finiti sul soffitto e il terzo che purtroppo centra la vittima. La colluttazione va avanti a lungo. Tra le urla terrorizzate di Sara, la figlia di sette anni, impotente e disperata di fronte a quell’ultimo sussulto di violenza. E proprio lei veglierà la mamma che morirà dissanguata. All’avvocato Roberto Spoldi spetterà il compito di ribaltare l’accusa di omicidio volontario aggravato in preterintenzionale. La differenza la faranno le consulenze dei periti balistici che dovranno ricostruire la traiettoria dei colpi di fucile sparati a distanza ravvicinata mentre i due si prendevano a pugni e calci in camera da letto.
    In quell’inferno di colpi alla cieca, lo sparo mortale potrebbe essere partito per sbaglio.
    Senza che Giuliano volesse uccidere. Ma per dimostrarlo ci vorrà ancora del tempo. E non sarà per nulla semplice.

  2. Silver ha detto:

    http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=140811&sez=HOME_ROMA

    ROMA – Aveva inventato tutto la ragazza spagnola di 23 anni che il 19 febbraio scorso denunciò di aver subito una violenza sessuale da parte di due sconosciuti in via San Sebastianello, a Roma, nei pressi di Trinità dei Monti. Dopo l’esito delle indagini, condotte dalla Procura della Repubblica di Roma e dalla Squadra mobile della questura di Roma, che avevano accertato numerose incongruenze nel racconto della giovane spagnola, la donna è stata nuovamente sentita nel pomeriggio di ieri dal Pubblico ministero titolare delle indagini e dagli ufficiali di Pg della Squadra mobile. A fronte delle contestazioni che le sono state mosse la ragazza ha dichiarato di non aver subito alcuna violenza sessuale e di aver presentato la falsa denuncia al solo scopo di poter sottoporsi ad un’adeguata profilassi sanitaria a seguito di un occasionale rapporto sessuale non protetto. La giovane è stata indagata per simulazione di reato.

    Alemanno: basta strumentalizzazione. «Dopo giorni e giorni di massacro, con il centrosinistra che ha strumentalizzato le donne per attaccare il centrodestra, emerge la verità – commenta il sindaco di Roma, Gianni Alemanno – Siamo stanchi di una sinistra e di una politica che gioca sulla pelle delle donne. Esprimo umana pietà per la ragazza che ha inventato la storia dello stupro. Questo episodio pone un problema, che sicuramente bisogna fare di più per l’assistenza alle donne, da tanti punti di vista ma vorrei che tutti coloro che hanno diffamato Roma in questi giorni chiedessero scusa alle donne, così come tutti coloro che hanno strumentalizzato le donne a fine politico. Il tema della violenza sessuale esiste, e vogliamo affrontarlo anche con una grande manifestazione lunedì, ma è distinto da quello della sicurezza urbana. Il modo peggiore per affrontare questi temi è la strumentalizzazione politica».

    Cicchitto: la sinistra si vergogni. «Adesso sembra che la ragazza spagnola abbia dichiarato di essersi inventato l’episodio dello stupro – dice Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera – E’ evidente che in vicende così delicate può capitare di tutto e ci si può trovare di fronte a versioni contraddittorie. Bisogna però evitare la strumentalizzazione di singoli episodi, specie di quelli riguardanti una materia cosi delicata. Da questo punto di vista qualche esponente della sinistra deve un po’ vergognarsi delle sue dichiarazioni di qualche giorno fa. Dopo di che, è evidente che il problema della violenza contro le donne permane, ma non può essere banalizzato da qualche sciacallo, attaccando il sindaco Alemanno e la giunta del Comune di Roma».

    Chiti: Alemanno abbia il pudore di tacere. «Il sindaco Alemanno abbia il pudore di non parlare di strumentalizzazioni sulle aggressioni alle donne – replica Vannino Chiti, vice presidente del Senato e commissario del Pd Lazio – Ricordiamo tutti la sua campagna elettorale e l’uso spregiudicato contro il centrosinistra di vicende gravi e dolorose rimaste impresse nella nostra memoria. La destra allora se ne servì senza vergogna. Piuttosto il sindaco si impegni a garantire sicurezza e qualità della vita a Roma: la sua amministrazione ha segnato un preoccupante e visibile peggioramento. La debolezza di Alemanno si dimostra anche dal fatto che sapendo che è in difficoltà accorrono in sua difesa i pezzi grossi del suo partito come ha fatto
    anche oggi il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto».
    Sabato 05 Marzo 2011 – 11:14 Ultimo aggiornamento: 12:41

    ——————

    “Capito? Alemanno esprime “umana pietà” verso quella femminuccia che si è inventata lo stupro (mai sentito un politico esprimere umana pietà nei confronti di un uomo ingiustamente accusato di stupro). Ed aggiunge altresì che “bisognerebbe chiedere scusa alle donne”.

    Insomma, il mondo alla rovescia.
    Fantastico, veramente fantastico.

  3. Silver ha detto:

    Stupri – Ora parlino gli uomini – di Ritanna Armeni

    Violenze. Occorre una riflessione profonda sui comportamenti pubblici e privati verso il mondo femminile. Altrimenti ogni solidarietà è vana.

    Nelle due settimane che ci separano dalla manifestazione che ha riempito di donne piazza del Popolo a Roma, nella stessa città tre donne sono state stuprate.
    L’immagine di una città festosa, gremita di donne decise a rispondere in nome della loro dignità ad un potere maschile e ad una politica che le aveva offese contrasta in modo tragico con quella di tre giovani colpite e violentate. Quei tre corpi offesi con tanta violenza feriscono ancora di più …

    …omissis…

    Due immagini in un contrasto che fa male, ma – chiediamocelo – senza alcun collegamento o almeno senza alcun collegamento possibile fra di loro?
    La politica, quella ufficiale, un collegamento l’ha fatto in automatico. Chi governa la città si è indignato in nome delle donne, ha mostrato preoccupazione e ha fatto le solite promesse, chi è all’opposizione, sempre in nome delle donne, ha attaccato un sindaco che non è in grado di garantire la sicurezza.

    Non è un collegamento che convince. O, almeno, non è sufficiente. La sicurezza delle donne, la lotta alla violenza che viene portata nei loro confronti purtroppo non può essere garantita da alcuna amministrazione, e neppure da alcuna legge. Ci vuole molto di più.

    Tocca allora alle donne, magari le stesse che sono scese in piazza due settimane fa, creare questo collegamento e magari manifestare di nuovo, organizzare una protesta, abbracciare quei corpi offesi, dar loro forza con la solidarietà e la vicinanza? Lo abbiamo fatto tante volte.

    …omissis…

    Abbiamo anche trovato qualche soluzione. Molte leggi non ci sarebbero senza l’impegno delle donne. Ma fino a quando dobbiamo farlo? Non è oramai stato detto tutto sulla sessualità maschile, sulla violenza che essa ha esercitato per secoli e millenni e su come faccia parte di un’identità mai messa in discussione?

    Non è ora di dire che la parola della donna, per quanto importante, importantissima, non basta più? Che la sua protesta non è sufficiente? Che invece devono essere loro, gli uomini, a prendere la parola, a capire, a spiegare perché si accaniscono ancora sui corpi delle donne, vogliono offenderli e violentarli?

    Molti uomini erano presenti nelle piazze italiane due settimane fa. E, ne sono sicura, erano presenti con convinzione. Ma, forse, non con sufficiente consapevolezza di quello che quelle piazze chiedevano. Perché è facile protestare con le donne se queste mettono in discussione il governo e il premier che anche loro avversano. Facile affiancarsi a chi vuole lottare contro un degrado di cui non ci si sente responsabili. Facile fare dei distinguo, fra gli uomini per bene e gli uomini per male e collocarsi, almeno nelle piazze, fra i primi. Così come è facile anche fare attestazioni di solidarietà e di indignazione contro le vittime della violenza.

    …omissis…

    Ma se a questo non segue un discorso sulla sessualità maschile, una riflessione sui comportamenti pubblici e privati nei confronti delle donne, se non si fa un collegamento, per quanto spiacevole e forse devastante possa essere, fra la violenza sui corpi e la negazione del protagonismo e della forza delle donne affermata ogni giorno dai comportamenti maschili, ogni presenza risulta vana, ogni solidarietà appare formale e interessata. Non si può sfuggire alla sensazione che il non detto maschile sia ancora molto ampio e profondo. Che la solidarietà nella battaglia politica delle donne e l’indignazione nei confronti della violenza sui loro corpi siano un modo per sfuggire al problema che si pone all’identità e alla sessualità degli uomini. Che mettersi al fianco delle loro battaglie sia un modo comodo per nascondere l’incapacità di mettersi in discussione.

    …omissis…

    Ma se non riescono a intaccare la rimozione maschile, se non riescono a provocare un dibattito fra gli uomini, a scuoterli, a cercare dentro se stessi, la lotta contro la violenza sarà molto, ma molto più difficile. E all’immagine delle donne che vogliono prendere in mano la loro vita e la vita politica del paese si affiancherà quella delle perdenti, delle offese, delle stuprate. E la seconda, malgrado tutti gli sforzi, prevarrà sulla prima.

    http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/352769/

    26/2/2011

    (Testo interpolato per rispetto del copyright)

  4. Silver ha detto:

    IL MITO DEL POTERE MASCHILE, di Warren Farrell

    Verso una soluzione
    Criminalizzazione
    La legge può prevenire il date rape? La legge può prevenire alcuni stupri. Se un uomo può essere messo in galera perché esercita pressioni emotive, gli uomini eserciteranno minori pressioni; se una donna che è «sotto l’influenza» può denunciare per stupro la mattina dopo, si ridurrà il numero di uomini disposti a offrirle dei drink, così ci sarà meno sesso e quindi anche meno sesso indesiderato. Poiché una legge severa tratterrà milioni di uomini dall’invitare le donne per timore che una serata romantica si trasformi nella rovina di una vita, anche questo eviterà lo stupro: non ci possono essere stupri ai primi incontri se non ci sono incontri.
    La legge può prevenire quasi tutto. L’interrogativo è: a quale prezzo?
    Passare dalla formula della I Fase «il maschio insegue/la femmina resiste» a quella femminista «il maschio insegue/la femmina querela» non è un progresso ma un regresso. La Grande Sorella lascerà l’America emotivamente impoverita quanto il Grande Fratello ha lasciato i cittadini sovietici economicamente impoveriti.
    Una legge può darci sicurezza, ma la speranza racchiusa in un incontro è l’amore. L’amore esige dei rischi. Così come la vita in cui speriamo di condividere quell’amore. Una legge che previene i rischi previene anche l’amore.
    Se decidiamo di conservare delle leggi contro il date rape, il castigo dev’essere adeguato al crimine; bisogna distinguere, come facciamo quando si tratta di un omicidio. Se il rapporto sessuale con una donna che ha scelto di incontrare un uomo, che ha scelto di bere, che ha scelto di fare del sesso orale (come affermano sia Tyson sia Kennedy Smith) rientra nella stessa categoria del sesso fatto sotto la minaccia di un’arma, riusciamo nel contempo a banalizzare lo stupro e a criminalizzare solamente il lato maschile nel ruolo maschio-femmina.
    E se decidiamo di tenerci le leggi contro il date rape, allora una falsa accusa di stupro deve condannare chi accusa alla stessa pena detentiva che sarebbe inflitta a uno stupratore dichiarato colpevole. In Cina sono rare le false accuse per qualsiasi crimine: se l’accusa si dimostra falsa, chi accusa viene punito.
    Per finire, se conserviamo le leggi contro il date rape allora dobbiamo ricorrere ai test sul DNA e alla macchina della verità tutte le volte che è possibile; i test devono essere controllati da una parte neutrale e ripetuti se i risultati sono dubbi. I test con la macchina della verità non sono perfetti, ma di solito, per eluderli, ci vuole una grande abilità, che non molti posseggono. Eliminarli come prova ammissibile significa eliminare l’unica forte protezione che gli uomini hanno contro la possibilità che la loro esistenza venga stuprata.
    In ultima analisi, comunque, la criminalizzazione riflette il fallimento della prevenzione. Pertanto, passiamo a esaminare la prevenzione.
    La risocializzazione
    La soluzione non è quindi la criminalizzazione ma la risocializzazione. La legge non può competere con le sfumature. Il linguaggio del corpo è più potente del linguaggio verbale. La legge, se tentasse di regolamentare i nostri «sì» e i nostri «no», produrrebbe una «generazione con la camicia di forza» – una generazione timorosa, spaventata all’idea di flirtare, all’idea di riascoltare note d’amore in un’aula di tribunale. La legislazione sul date rape costringerà i corteggiatori ad abbandonare per sempre il corteggiamento.
    Il nuovo potere delle donne non è nella protezione delle femmine dal date rape, ma nella risocializzazione dei due sessi, che devono condividere iniziative e conti da pagare; solo così stupro e truffa saranno limitati.
    Non possiamo porre fine al date rape definendo gli uomini dei «poveretti» se non prendono l’iniziativa con una certa rapidità, «stupratori» se la prendono troppo in fretta e «babbei» se sono maldestri. Se solo gli uomini subiscono la pressione connessa alle prestazioni, rafforziamo il loro bisogno di oggettificare le donne – il che produce soltanto un’altra serie di stupri. Gli uomini saranno i nostri stupratori finché saranno i nostri iniziatori. Accrescere soltanto la responsabilità maschile non crea parità per la donna, ma perpetua il suo diritto alla parità.
    Le leggi sul date rape creano un clima di odio. Solamente la comunicazione porta all’amore. Dunque, come sostituire la criminalizzazione con la risocializzazione e la legislazione con la comunicazione? Insegnando un nuovo «linguaggio della relazione».

    Dal linguaggio dello stupro al linguaggio della relazione: dalla I Fase alla II Fase
    Come la scuola presenta agli studenti la tecnologia della II Fase insegnando il linguaggio del computer, così deve iniziarli alla comunicazione della II Fase insegnando il linguaggio della ¦relazione. Maschi e femmine devono imparare ad assumersi la responsabilità per accenni verbali e non (abbigliamento e trucco compresi), e come trasformarli per creare un rapporto migliore. Vediamo come ciò avrebbe potuto evitare il date rape nel film Thelma e Louise.
    Thelma vuol fare la conoscenza di un uomo. Il training al linguaggio della relazione della II Fase le avrebbe fatto prendere una decisione sul tipo di uomo che vuole e sul tipo di esperienza che vuole avere con lui. Nel film vediamo che mentre non accetta assolutamente che i suoi «no» siano ignorati, è però disposta ad avere un rapporto sessuale. Dunque, volendo un amante ragionevolmente sensibile ma eccitante, potrebbe cominciare col cercarlo in un supermercato e non in un bar.

  5. Silver ha detto:

    Motivazioni citate dalle donne che ammisero di aver formulato false accuse di stupro[44]

    MOTIVO PERCENTUALE
    Rancore o vendetta 20
    Compensazioni a sensi di colpa o di vergogna 20
    L’idea di essere incinta 13
    Per nascondere una «storia» 12
    Per mettere alla prova l’amore del marito 9
    Disordine mentale/emotivo 9
    Per evitare la responsabilità personale 4
    Mancato pagamento, o estorsione 4
    Timore di malattie veneree 3
    Altro 6
    Totale 100
    Il dottor McDowell osservò che le false accuse sono prevalentemente «strumentali», servono cioè a uno scopo. Se lo scopo è evitare i sensi di colpa o ottenere vendetta, possono consentire di dire ai genitori: «Non sono stata io a voler restare incinta: sono stata violentata», o al marito: «Non ho avuto una storia, non è stata colpa mia… sono stata stuprata».[45]
    La società che giudica negativamente la donna che ha rapporti sessuali prima del tempo, induce le donne a formulare false accuse per sfuggire a quei giudizi. Uno dei casi riferiti dallo studio condotto dall’Air Force ne è un esempio:
    Durante un party, una recluta ventiduenne ebbe un rapporto sessuale con un compagno. Ammise che quella sera era ubriaca e che poi aveva cominciato a provare una grave vergogna perché altri partecipanti alla festa sapevano quello che aveva fatto. Così aveva deciso di denunciare di essere stata stuprata.[46]
    In passato, una donna avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di essere sessualmente «troppo facile». Ora l’accusa di stupro le offre una scappatoia. Può passare all’uomo il peso della colpa e della vergogna. In effetti, la società ha bisogno di affrontare la questione se è davvero necessario creare la colpa, e dover pertanto poi trovare qualcuno da biasimare.
    C’è però un tempo in cui si deve accettare il biasimo: quando si infrange un patto. Quando l’accusa di stupro rivolta a un uomo dà un tale potere che l’intera U.S. Navy si sente in dovere di non indagare per capire se una donna si serve dell’accusa per evitare il biasimo derivante dall’esser venuti meno a un impegno, allora non facciamo che creare, per le donne meno responsabili, un incentivo a usare false accuse.
    Kermit Cain, un mio amico prescelto come Marinaio dell’Anno nel 1980, si ritrovò vittima di una situazione simile quando tornò a casa dopo aver passato una serata con una donna che faceva parte dell’equipaggio. Così raccontava Kermit…
    Le dissi che sarei salito nella mia stanza. Mi seguì e, non appena si chiuse la porta, cominciò a spogliarsi quasi del tutto e si infilò nel mio letto. La mattina dopo tornai da lei.
    Alcune settimane dopo fui convocato nell’ufficio del mio capodipartimento, che mi informò che sarei andato in prigione; alle accuse non fece cenno e mi disse soltanto: «Qualunque altra cosa lei faccia, contribuirà soltanto ad allungare la pena». Dopo di che un funzionario degli Interni cominciò a interrogare tutte le donne con cui ero entrato in contatto; affermava che io ero uno stupratore e lasciava intendere che con una loro dichiarazione contro di me avrebbero protetto le donne. In due casi riuscirono a ottenere altre false accuse contro di me, inducendo le donne a pensare che stavano facendo proprio la cosa giusta.
    Nessun avvocato accettò di occuparsi del mio caso. Per tre anni, insieme a mio padre, condussi delle ricerche e alla fine scoprii che la ragazza era fuggita per evitare un test: in precedenza era risultato che si drogava, e sapeva benissimo che la seconda volta sarebbe stata allontanata per cattiva condotta. A casa, i genitori le avevano chiesto come mai avesse lasciato la base, e lei aveva risposto di essere stata violentata. La madre aveva telefonato a un membro del Congresso, che aveva telefonato all’Office of Legislative Affairs, che aveva telefonato al comandante, che aveva telefonato al capitano…
    Scoprii questa storia anche perché una delle tre compagne dì stanza di quella ragazza, vedendo ciò che mi era capitato (avevo perso 25 chili circa ed ero sull’orlo del suicidio) ebbe pietà di me e mi confidò di aver per caso sentito la mia accusatrice mentre progettava tutta la scena con la sua compagna di stanza – che era anche la sua amante – per avere una buona scusa per non farsi trovare alla base al momento del test. Mi riferì che le aveva sentite ridere e scherzare, tutte soddisfatte.
    Quando ebbi completato le indagini, le mie prove erano talmente schiaccianti che riuscii a trovare un avvocato disposto a difendermi. Quando ci recammo al Naval Investigative Service scoprimmo che erano in possesso di un numero sufficiente di deposizioni che provavano la mia innocenza, ma non le consegnarono al mio avvocato; avremmo dovuto scovarle da soli. Dopo tutte queste traversie fui finalmente discolpato e reintegrato in servizio. Ma ovviamente la mia carriera, quale si prospettava prima, era compromessa. Non so se oggi sarei ancora vivo se non avessi incontrato Susan [la donna con cui ora vive], o se la compagna di stanza della mia accusatrice non avesse sorpreso quella conversazione, o se mio padre non mi avesse aiutato in quel momento di grande difficoltà.[47]
    L’esperienza di Kermit mi mostrò come una donna, o un paio di donne, possono mettere in moto la Macchina dei Protettori tanto timorosi di non proteggere una donna da passar sopra a tutti i più fondamentali diritti umani, lasciandosi intrappolare al punto da dover coprire ancora di più le menzogne di una donna per non fare la figura dei fessi. Lo sciovinismo maschile si preoccupa di proteggere le donne. Questo hanno in comune sciovinismo maschile e femminismo.
    Proteggere le donne affinché non si assumano la responsabilità non è un atteggiamento comune soltanto ai conservatori che stanno nell’esercito. Nelle università – che si tratti di Berkeley, Harvard o Swarthmore – attualmente una donna può fare del sesso dopo essersi ubriacata con i drink che ha pagato lui, e affermare il mattino dopo di essere stata violentata perché era ubriaca, e pertanto non poteva essere veramente consenziente.[48] L’aspettativa sociale per cui l’uomo è tenuto a pagare i drink è vista come prova che lui «assediava» la donna e l’«allettava» per portarsela a letto. Ora, soprattutto nei campus liberal, è una prova che l’uomo è un oppressore e la donna è innocente.
    Si potrebbe pensare che le università con le donne più brillanti e intelligenti tendano a educare le donne affinché invitino gli uomini, prendano l’iniziativa, paghino i drink… preparandosi così a gestire i loro affari (e la loro esistenza). Ma contemporaneamente trattano le donne come bambine che non possono assumersi delle responsabilità e invitano gli uomini ad assumersele tutte. Le stesse università accusano poi il mondo del lavoro di essere discriminatorio se queste donne riescono meno bene negli affari.

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