Mutande & manette …infinite volte ancora

25/04/2011

Cinque mesi e cinque giorni in carcere, accusato di stupro. Al termine del processo il tribunale lo assolve ma non lo  risarcisce  per l’ingiusta detenzione. Motivo?

Perché tenne una condotta gravemente colposa, “caratterizzata da noncuranza, negligenza, imprudenza, indifferenza per quanto da essa potesse prevedibilmente derivare”: una condotta “avventurosa” con la quale avrebbe “certamente” contribuito alla adozione della misura coercitiva. L’ingenuo avrebbe dovuto mettere nel conto la possibilità di una denuncia per stupro, dato il frangente: sesso con un’estranea al culmine di una festa. In breve: se l’è cercata, poteva e doveva attendersi un simile esito,  ergo niente indennizzi.

Gli avvocati protestano e ricorrono in Cassazione: “E’ assolutamente illogico (e inaccettabile) sostenere che accettare l’invito ad un incontro più intimo con una persona ad una festa, probabilmente dopo aver bevuto un po’ più del normale, debba far ritenere “prevedibile” che l’altra persona possa inventarsi una violenza sessuale”.

Commento della giornalista: il giovane avrebbe potuto prendere in considerazione un eventuale rifiuto della ragazza di andare avanti con il rapporto sessuale o una reazione violenta del fidanzato, ma certo non poteva sospettare di essere denunciato per stupro e di finire in galera per oltre cinque mesi.

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2011/…rcito-12311380/

La nostra reazione

Non si trova né uomo né donna, né qui né altrove, che non trasecoli e non inorridisca di fronte a simile notizia, ammesso che, con gran fatica, riesca a crederla vera. Non si può non gridare allo scandalo e  non chiedersi, sgomenti, dove andremo a finire se questo trend non si ferma.

La trappola

“Colpa dei giudici!”,  reazione tanto istintiva e spontanea che è impossibile non farsene catturare, trappola micidiale però, in cui  cadiamo immancabilmente,  condannandoci così ancora una volta alla cecità dei dormienti. Quella che affligge l’intero Occidente.

Cosa dice infatti quella sentenza se non quel che i Risvegliati – noi, “deliranti” – andiamo proclamando da sempre? Che su ogni incontro pende la spada di Damocle della denuncia? Che ogni rapporto è potenziale violenza? Che avvicinarsi alla femmina è camminare su un campo minato? Che la denuncia va messa nel conto a prescindere dal se, dal come, dal perché?

Abbiamo mai detto altro?

Sentenza perfetta

La sentenza è tanto “delirante” quanto lo sono le nostre parole e la nostra battaglia, perché in essa si manifesta, come un bubbone, la malattia del XXI secolo. La nuova peste.

La sentenza è perfetta perché è il frutto di una pianta: il nuovo sistema di valori in via di “implementazione” in tutto l’Occidente. Come può una pianta non dare frutti?

E’ verissimo: il malcapitato doveva sapere che poteva venir denunciato, doveva mettere nel conto questa eventualità. Ogni uomo che non viva nel sogno di un mondo scomparso e che non si autoinganni, lo deve sapere. La sua ignoranza non è una scusa e non è più scusabile.

Un’altra campana che suona la fine dell’era dei sogni. Eppure, quante hanno suonato ormai senza alcun esito! Quante e quante volte e dove e come dovranno ancora suonare prima che i sonnambuli rientrino in sé e i dormienti si ridestino? Prima che gli uomini comincino a vedere ciò che – in effetti – sembra inconcepibile e non si vuole vedere, perché il cuore non regge?


Quanti dovranno patirlo sulla carne viva prima di sospettare che le mutande nascondono le manette?  Quante infinite volte da altrettanto perfette sentenze?


Rino D.V.

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5 x mille = zero + briciole

18/04/2011

DIMENTICHI DI SÈ

E’ sicuro che con 27.000.000 di Eu. le associazioni dei Padri Separati potrebbero fare moltissimo.

Finanziare vaste campagne nazionali di sensibilizzazione, promuovere conferenze e convegni, diffondere materiali, organizzare manifestazioni e  corsi nelle scuole e all’università. Aprire uffici, assoldare avvocati, persino comperare qualche deputato delle Commissioni Parlamentari di interesse.

Potrebbero persino aprire Case – Rifugio, nelle grandi città e poi altrove. Una rete nazionale di sostegno ai Lacerati, ai Reietti, ai Dilapidati. A se stessi.

Ah, quante cose si potrebbero fare con 55 miliardini di lirotte, ogni santo anno. Per paragone:  18 miliardi a Medici senza Frontiere, 16 miliardi a Emergency …e via miliardando.

Invece il 5 x  mille dà a quelle associazioni qualcosa come 29.000 Eu. Da piangere. Ma chi è che NON dà? Quel milione* di Separati che si dimentica di essere tale. Meditiamo amici, meditiamo.

Se i Separati non si ricordano di costituire la prima Emergency sociale d’Italia, ricordiamocene almeno noi, pur se né padri né separati.

C. F. / P. Iva  95012420634 Papà Separati Nazionale (Eu. 18.200 da 400 sottoscrizioni)

C. F. / P. Iva  94024530134 Separati Lombardia  (Eu. 4.300 da 99 sottoscrizioni)

C. F. / P. Iva    97152050155 Separati e tutela minori   (Eu. 3.500 da 50 sottoscrizioni ca.)

C. F. / P. Iva  94011970210  Centro Assist.za  Separati   (Eu. 1.500 da 35 sottoscrizioni ca.)

C. F. / P. Iva  97655000012  Papà  Separati e Figli   (Eu. 900 da 30 sottoscrizioni ca.)

C. F. / P. Iva 92088700098  Separati Liguria (?)

Non dimentichiamo gli Smemorati di Sé.

Rino D.V.

(* Separati in essere & con figli minori di 14 anni, ca. – interpolazione mia).


L’altro volto del male

14/04/2011

“Risultato di questa evoluzione è il generalizzarsi della

vittimizzazione  delle donne e della colpevolizzazione

degli uomini. Senza arrivare agli eccessi di Dworkin

o di MacKinnon, la donna va pian piano assumendo lo stesso

statuto del bambino: debole e innocente. […].

Si ritorna agli stereotipi di una volta  – ai tempi

del vecchio patriarcato –  quando le donne, eterne minorenni,

ricorrevano,  per farsi proteggere, agli uomini della famiglia. […].

A essere messo sotto accusa è il principio stesso di virilità. […].

L’accusa collettiva “sempre e ovunque”  gli

conferisce  [alla Male Dominance] un che di naturale,

di innato e universale che fa orrore”.

Elisabeth Badinter, La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio

*****

LEI, CON QUALCHE RAMMARICO, DICHIARA:

“HO AVUTO IO IL RAPTUS”

Quando leggo Report come questo, che invio alla Vs attenzione non posso che riconoscere l’evidenza: si celebra anche così la degenerazione dei rapporti umani, l’inarrestabile traumatofilia serpeggiante in seno alla società occidentale. Oramai, tale teatro della crudeltà entro la scena del vittimismo ci sorprende sempre meno, anche se continua a turbarci emotivamente sul piano della fiducia e della tragica empatia con tanta parte dell’umanità offesa. La pratica della simulazione criminosa (a scopi di lucro, o vendetta), quella di molte violentatrici morali, è un movente che molte donne, da “crimine medio”, stanno perseguendo con l’ottusa (ed assurda) vertigine (si legge: delirio di onnipotenza) che la storia delle discriminazioni e dei totalitarismi (Terzo Reich) le riconosce.

A questo indirizzo, l’ennesimo “coriandolo” di fascismo al femminile: http://www.centriantiviolenza.it/

Nazi-femminismo non si declina al singolare; chi erano – e sono – costoro?

Nessun sistema totalitario (di destra, sinistra, che importanza ha?) potrebbe funzionare senza l’assenso amorevole, da “veleno gentile”, di più o meno anonime esecutrici, madri, sorelle, vicine di casa, concittadine divenute aperte promotrici del totalitarismo. Che hanno promosso la tortura di altre donne e altri gruppi etnici, che hanno propagandato l’umiliazione dei più deboli, che sono state corree, o solo lesivamente servili. Tutta l’antropologia femminista americana che nega “per principio” la distruttività al femminile ambisce a cancellare, per l’appunto, la memoria (e l’interesse storico per lo studio) delle partecipazioni femminili ai crimini storici, interessandosi a ridefinirli, a ricollocare tutto nell’ordine naturale, i.e. femminile, delle cose.

La figura del correo, non dimentichiamolo, è colpevole almeno quanto l’autore principale dell’azione criminosa, così come l’istigatrice all’atto violento (anche sotto le mistificanti spoglie dell’aggressività passiva) assolve un ruolo determinante (cioè, propriamente decisivo) in qualsiasi azione tesa a nuocere. Se poi l’intento si orienta a catturare, eliminare, o anche solo terrorizzare, donne e uomini, ragazze e ragazzi, siamo in presenza di reati inter-individuali, collettivi, in cui l’ottuso strumento dell’analisi di genere non funziona più.

Il famigerato programma nazista T4, comprendente l’eliminazione dei diversamente abili, efficacemente rappresentato televisivamente qualche mese fa da Paolini (che infatti, non poteva nascondere l’attiva, e “creativa”, partecipazione delle donne tedesche al delirio nazionalista del “genocidio terapeutico”) come avrebbe potuto funzionare senza la “primaverile”, fatidica e metodica dedizione delle patriote, delle esecutrici, delle sorveglianti ideologiche tedesche?

Vox Mulierum vox dei.

Poiché le donne, nella famigerata vicenda degli anni 1940 hanno incontestabilmente rappresentato il sottovalutato – tragico ed eticamente inaccettabile, almeno oggi – elemento di continuità. Hanno operato da protettrici simboliche, teoriche e pragmatiche, per la gestione manageriale di un’intera organizzazione della discriminazione e dell’eliminazione collettive.

In quegli orribili 12 anni la teoria discriminatoria, posta alla base dello sterminio amministrato, ha funzionato come dottrina (come rischia di tornare ad essere) mistico-sociale; redentiva e promotrice di un solo gruppo nazionale di donne: quello germanico-ariano.

C’è stata forse una “Norimberga dei crimini femminili nazisti”? Considerati gli indicibili orrori e la disperazione che ha arrecato alle vittime (anche queste) donne, di altri gruppi etnici (soprattutto dell’est Europeo); di altre culture linguistiche; di altre nazioni?

Per tutto ciò, come può un individuo di genere femminile, di cultura almeno medio-bassa sottrarre (per principio) le donne classificate secondo la variabile nazionale (donne-tedesche; donne-americane) alle loro responsabilità storiche nell’organizzazione collettiva, nel mantenimento e nella copertura della violenza di massa operate da un’intera nazione? Che ruolo motivazionale hanno svolto le donne USA nell’olocausto indiano?

Passando alle colpe europee, Magda Goebbels venne abbagliata dalle mostrine e dalle coccarde esposte nelle adunate “funebri” del Reich? Fu un’adolescente senza rimedio, e si dovrebbe considerare come solo passivo (o solo strumentale; con rilutttanza) il rapporto che coltivò con l’antisemitismo, sentimento che quasi tutte (si ripete; quasi tutte) le donne tedesche condivisero appassionatamente coi loro “maschietti”, sciocchi ma evidentemente efficaci nel catalizzare su di loro ogni responsabilità nazionalista?  Hannah Reitsch (l’eroina germanica, il modello di fanatismo acrobatico che ogni aviatrice sogna di emulare, e che piombò su una Berlino da apocalisse wagneriana, per incontrare il “suo” Führer; morendo molto dopo, nel 1979) prese un abbaglio con i suoi trascorsi nazionalsocialisti, e come giudicare benevolmente il suo furore militarista, la sua dedizione al matriarcato nazista, il suo sordo odio per le donne slave? Il nazionalismo razziologico è un sentimento innocente ed accettabile solo perché provato da una donna? E non si trattò (in quello e in molti altri casi) invece, della classica patriota, della solita “vendicatrice protetta” (dagli uomini, dai necrofori in uniforme per cui lavorava)?

Intanto la storia l’ha registrata come l’ennesima impunibile, anzi, di più! Sono oramai molti i profili di donne compromesse con l’intera progettazione nazista, come è stata quella del Reich millenario, le cui imprese sono state ricodificate nell’accettabile prosa delle “biografie tecniche”. Così possono definirsi i “medaglioni” approntati per questi soggetti (come anche l’ambigua, fanatica Leni Riefenstahl), con punti “di carriera”, depurati da elementi critici, imbarazzanti, o solo problematici sul piano etico. In altri termini, il femminismo occidentale sta cercando di “trattare” questa massa discordante di informazioni storiche, di edulcorarle, di modo che la letteratura biografica presa in esame ne esca presentabile per gli scopi attuali. L’interesse va alle formule assolutorie per la “lei” considerata: 1. non sapeva, anche se ha partecipato “con intelligenza” all’apparato nazionalista; 2. non voleva, anche se concordava con le scelte antisemite di amiche, compagni ed amici maschi tedeschi; 3. ha cercato – poiché donna [!] – di aiutare sistematicamente molte donne ebree e slave, anche se questo non risulta granchè agli atti.

Attenzione! Il revisionismo si orienta a pretese di rilancio politico, non emerge solo da un senso di colpa che si cerca sordidamente di soffocare, rifiutando ogni evidenza deduttivo-fattuale. L’apologetica antistorica è una malattia culturale, ma serve anche come metodica per scaricare all’esterno della propria settaria realtà inconfessabili rancori, riservandosi il diritto di continuare i crimini che al correo/correa sono attribuiti. Non è solo una furba e meschina pratica di infantilizzazione delle attribuzione di responsabilità politiche e sociali, è molto di più.

Nel nazifemminismo teorico (si pensi alle teorica dell’eliminazione di genere, Mary Daly e al suo libello, in puro stile nazional-socialista, Quintessence), si cerca costantemente di re-istruire il diritto con interpretazioni metastoriche, o anche di sottostimarlo con un’autentica, superiore, teologia della violenza femminista. Trasfigurazione dei fatti, e delle tradizioni culturali, intese a promuovere una sorta di congrega di purificatori sociali – avversatori del non regolare, del diverso – che tanto fa pensare ai deliri psichiatrici dei custodi dell’ordine nero, cioè degli eutanasici SS.

Non diversamente dall’ordine vegetariano (ed apparentemente animalista) di Himmler lo scopo dell’apologia misandrica consiste nel cancellare le responsabilità storiche di chiunque non sia maschio, in qualsiasi società tali crimini siano stati compiuti. Il clamoroso caso della riconosciuta assassina Sakineh è un caso emblematico del principio imperialista, a cui il femminismo patriota americano si è appassionatamente dedicato in oltre un trentennio di osservanza strategica. In questo senso, i pregiudizi sessisti di molte femministe radicali possono, ancor oggi, far comodo a molti nazionalismi dominanti e quindi, paradossalmente, favorire il tanto vituperato patriarcato militare, che ancora domina.

Secondo l’apologia radicale il “crimine non è mai donna”, e non può esserci una fenomenologia ed un’analisi del crimine socialmente perseguibile che non sia genderista.

Sulla somiglianza fra propaganda femminista ed ideologia nazional-socialista si parlerà in seguito, nei prossimi interventi. Per ora basti dire che il rifiuto dell’equità potrebbe causare alla lunga delle inquietanti derive ideologiche, e delle omissioni manipolative e distorcenti, modificando il volto alla storiografia. Pericolo per la civiltà che Elisabeth Badinter (la famosa femminista francese) ha ben definito “deriva americana”. Forse che le Liberated Women americane si siano stracciate le vesti dopo Abu Ghraib? Non è ciò che si legge e si è letto.

Non è facilmente immaginabile la soddisfazione delle patriote americane nella magica scoperta di quei (umilianti, distruttivi) fatti e di quei “momenti” della sofferenza al maschile: “finalmente, siete voi maschi a essere violentati; e siete persino arabi”.

Il nazionalismo, ancora a braccetto con le donne che odiano e umiliano; e ancora la stessa sintomatologia sociale: la classificazione etnica; la tortura; l’odio contro il corpo dei colpevoli (di cosa?).

Se (e, se ciò si avverasse, sarà peggio per la futura serenità mentale delle donne) non avremo spazio, se verremo censurati ed “imbavagliati”, se subiremo ulteriore (e gratuita) violenza morale e fisica da donne scisse, o (peggio ancora) da donne-kapò, federate a “maschi pentiti” dovremo fare professione di democrazia. Per noi e anche per coloro che si sono perdute, poiché le donne occidentali (per superbia) sono oramai in auto contatto, cioè concentrate solo su loro stesse.

Una mia amica (liberata, emancipata) diceva: “è la faccia che se ne deva andare dallo stivale!”. Bè, allora dovremo superarci in umanitarismo per riprendere – con dignità e correttezza – la basilare nozione di “diritto umano”, di illuminista memoria e di femminista dimenticanza.

Intanto, si potrebbe dire agli uomini della Penisola: per cominciare, non sposatevi; per continuare pensate anche al passaporto di chi dice di amarvi; per finire, considerate sempre l’opzione della fuga.

Prima o poi, almeno le donne col “colpo in canna”, cioè quelle normalmente disturbate (in questa alterata, allucinata realtà quotidiana della normalità psicotica), finiranno per riconoscere che il loro continuo appoggio alle leggi discriminatorie vale come risultato da un sentimento sviluppato storicamente nella società di appartenenza, più che nel partito di genere. Sentimento grottesco e spaventoso, ma gratificante (inoltre, mai messo, per principio, in discussione); com’è altrettanto autentica l’adesione della gran quantità delle donne a questa versione odierna, “pop” (ma altrettanto pervasiva e spaventosa, com’è il genderismo) delle tanto vituperate Leggi di Norimberga; questa volta il nazismo è puramente di genere.

Solo affrontando seriamente il problema psichiatrico e farmacologico che sembra preparare il mascheramento vittimistico inerente alla dimensione dell’attacco domestico al femminile, potremo [forse, se non è tardi!] analizzare, in una dimensione psico-fisica, e non più ideologica, anche il tanto pubblicizzato immaginario antitetico (contro il “viriarcato”), regressivo e violento, rappresentato dell’ideologia globale della supremazia femminista.

Dovremo studiare come essa operi, dovremo studiare i loro testi per ragionare su quel’è il loro interesse, e il loro approdo legislativo più probabile. Il loro scopo, purtroppo, anche nel campo del diritto europeo, che in materia di arbitrio femminile è sempre meno legato alla socialità organica e sempre più legato ai privilegi personali (oramai, neanche pubblicamente negati), o di casta.

“Voglia di stravincere?”. Nella cultura americana la locuzione è (da industrializzazione del crimine) “Overkilling”. L’importante è andare “fuori scala”, quando si vuole evirare la dignità maschile. Non si tratta di confrontarsi in un gioco leale, poiché, nel contesto, la dialettica uomo donna non vale affatto come gara, ma equivale ad una pulsione avversativa primaria e pre-edipica, seguendo la prassi di un’esecuzione annunciata. Non si vuole gareggiare (al contrario!), ma togliere dal gioco quello su cui hai posato gli occhi; svalutarne i diritti e la sensibilità, frodarlo e derubarlo di tutto quello che ti serve. Ecco che i piaceri “pigri” sono diversi e tra i più fantasiosi: annichilire; sconfiggere senza fatica; millantare possibilità di minaccia per colpe supposte, scatenare la paura esistenziale nell’altro. Come epilogo, quando il nemico è proprio al tappeto (come insegna molta necrofila cultura di massa) non fermarsi, neanche in quel caso.

Leggiamo i resoconti dei processi; interessiamoci alla sofferenza (indicibile!) con cui i “maschi” di oggi lasciano la propria casa (ah, non si dimentichi che l’uomo paga con il solito mutuo oltre i 20 anni), e i figli, alla “lei”; che ha da tempo presidiato la casa con il suo nuovo “compagno”. In queste dinamiche manipolative, cioè di potere, quanto sono untuose, inutili ed ambigue le parole! Perdono il loro significato originario: compagno; alimenti; parità. Quando a dominare è il solo interesse, così denso e manifesto che si potrebbe tagliare con la lama di un coltello.

L’esecuzione dell’inerme è solo odio a buon mercato, e infatti, non stranamente si sviluppa in condizioni non avverse, ma spesso, formalmente favorevoli, e non contro soggetti minacciosi, ma contro soggetti semplicemente dignitosi. Forse, per chi è esterno alle scelte soggettive, risultano un po’ ingenui e superficiali, almeno nello scegliersi la “compagna”.

Le vendicatrici della normalità psicotica sembrano avere una gran voglia di vendicarsi, ben sapendo che verranno socialmente incoraggiate a farlo; in primo luogo dai giudici.

La scelta rimane semplice: cercano di attaccare i soggetti apparentemente non distruttivi, quelli che non sono portati a difendersi “a tutti i costi”. Il desiderio violento suddetto è quella primordiale, di fare “pigramente” male a qualcuno, strillando poi per l’impunità.

Sadianamente (e coerentemente agli assunti esposti) l’egomaniaca media non regge la vita associata, non tollera altro fuori da sè, vive di paurose nevrosi derivate da proiezione narcisiste; ed infatti, si lamenta di essere sola, senza amiche, senza autentica affettività.

Ciò conduce ai tetri paradigmi dominanti: di ascendenza discriminatoria, anti-biologista ed antidemocratica.

La donna occidentale rischia di farsi sedurre da vere e proprie pulsioni hitleriane, che però, per quanto siano trasfigurate dagli inevitabili “maschietti” fiancheggiatori, non possono del tutto nascondere la distorta, smodata passione per l’onanismo della violenza ed il rifiuto dell’altro, che oggi i tanti episodi di violenza, non solo domestica, intrapresa da donne portano alla luce.

A tutte le donne senza la coda, soprattutto se di paglia.

R. Csendes, Trieste