L’altro volto del male

“Risultato di questa evoluzione è il generalizzarsi della

vittimizzazione  delle donne e della colpevolizzazione

degli uomini. Senza arrivare agli eccessi di Dworkin

o di MacKinnon, la donna va pian piano assumendo lo stesso

statuto del bambino: debole e innocente. […].

Si ritorna agli stereotipi di una volta  – ai tempi

del vecchio patriarcato –  quando le donne, eterne minorenni,

ricorrevano,  per farsi proteggere, agli uomini della famiglia. […].

A essere messo sotto accusa è il principio stesso di virilità. […].

L’accusa collettiva “sempre e ovunque”  gli

conferisce  [alla Male Dominance] un che di naturale,

di innato e universale che fa orrore”.

Elisabeth Badinter, La strada degli errori. Il pensiero femminista al bivio

*****

LEI, CON QUALCHE RAMMARICO, DICHIARA:

“HO AVUTO IO IL RAPTUS”

Quando leggo Report come questo, che invio alla Vs attenzione non posso che riconoscere l’evidenza: si celebra anche così la degenerazione dei rapporti umani, l’inarrestabile traumatofilia serpeggiante in seno alla società occidentale. Oramai, tale teatro della crudeltà entro la scena del vittimismo ci sorprende sempre meno, anche se continua a turbarci emotivamente sul piano della fiducia e della tragica empatia con tanta parte dell’umanità offesa. La pratica della simulazione criminosa (a scopi di lucro, o vendetta), quella di molte violentatrici morali, è un movente che molte donne, da “crimine medio”, stanno perseguendo con l’ottusa (ed assurda) vertigine (si legge: delirio di onnipotenza) che la storia delle discriminazioni e dei totalitarismi (Terzo Reich) le riconosce.

A questo indirizzo, l’ennesimo “coriandolo” di fascismo al femminile: http://www.centriantiviolenza.it/

Nazi-femminismo non si declina al singolare; chi erano – e sono – costoro?

Nessun sistema totalitario (di destra, sinistra, che importanza ha?) potrebbe funzionare senza l’assenso amorevole, da “veleno gentile”, di più o meno anonime esecutrici, madri, sorelle, vicine di casa, concittadine divenute aperte promotrici del totalitarismo. Che hanno promosso la tortura di altre donne e altri gruppi etnici, che hanno propagandato l’umiliazione dei più deboli, che sono state corree, o solo lesivamente servili. Tutta l’antropologia femminista americana che nega “per principio” la distruttività al femminile ambisce a cancellare, per l’appunto, la memoria (e l’interesse storico per lo studio) delle partecipazioni femminili ai crimini storici, interessandosi a ridefinirli, a ricollocare tutto nell’ordine naturale, i.e. femminile, delle cose.

La figura del correo, non dimentichiamolo, è colpevole almeno quanto l’autore principale dell’azione criminosa, così come l’istigatrice all’atto violento (anche sotto le mistificanti spoglie dell’aggressività passiva) assolve un ruolo determinante (cioè, propriamente decisivo) in qualsiasi azione tesa a nuocere. Se poi l’intento si orienta a catturare, eliminare, o anche solo terrorizzare, donne e uomini, ragazze e ragazzi, siamo in presenza di reati inter-individuali, collettivi, in cui l’ottuso strumento dell’analisi di genere non funziona più.

Il famigerato programma nazista T4, comprendente l’eliminazione dei diversamente abili, efficacemente rappresentato televisivamente qualche mese fa da Paolini (che infatti, non poteva nascondere l’attiva, e “creativa”, partecipazione delle donne tedesche al delirio nazionalista del “genocidio terapeutico”) come avrebbe potuto funzionare senza la “primaverile”, fatidica e metodica dedizione delle patriote, delle esecutrici, delle sorveglianti ideologiche tedesche?

Vox Mulierum vox dei.

Poiché le donne, nella famigerata vicenda degli anni 1940 hanno incontestabilmente rappresentato il sottovalutato – tragico ed eticamente inaccettabile, almeno oggi – elemento di continuità. Hanno operato da protettrici simboliche, teoriche e pragmatiche, per la gestione manageriale di un’intera organizzazione della discriminazione e dell’eliminazione collettive.

In quegli orribili 12 anni la teoria discriminatoria, posta alla base dello sterminio amministrato, ha funzionato come dottrina (come rischia di tornare ad essere) mistico-sociale; redentiva e promotrice di un solo gruppo nazionale di donne: quello germanico-ariano.

C’è stata forse una “Norimberga dei crimini femminili nazisti”? Considerati gli indicibili orrori e la disperazione che ha arrecato alle vittime (anche queste) donne, di altri gruppi etnici (soprattutto dell’est Europeo); di altre culture linguistiche; di altre nazioni?

Per tutto ciò, come può un individuo di genere femminile, di cultura almeno medio-bassa sottrarre (per principio) le donne classificate secondo la variabile nazionale (donne-tedesche; donne-americane) alle loro responsabilità storiche nell’organizzazione collettiva, nel mantenimento e nella copertura della violenza di massa operate da un’intera nazione? Che ruolo motivazionale hanno svolto le donne USA nell’olocausto indiano?

Passando alle colpe europee, Magda Goebbels venne abbagliata dalle mostrine e dalle coccarde esposte nelle adunate “funebri” del Reich? Fu un’adolescente senza rimedio, e si dovrebbe considerare come solo passivo (o solo strumentale; con rilutttanza) il rapporto che coltivò con l’antisemitismo, sentimento che quasi tutte (si ripete; quasi tutte) le donne tedesche condivisero appassionatamente coi loro “maschietti”, sciocchi ma evidentemente efficaci nel catalizzare su di loro ogni responsabilità nazionalista?  Hannah Reitsch (l’eroina germanica, il modello di fanatismo acrobatico che ogni aviatrice sogna di emulare, e che piombò su una Berlino da apocalisse wagneriana, per incontrare il “suo” Führer; morendo molto dopo, nel 1979) prese un abbaglio con i suoi trascorsi nazionalsocialisti, e come giudicare benevolmente il suo furore militarista, la sua dedizione al matriarcato nazista, il suo sordo odio per le donne slave? Il nazionalismo razziologico è un sentimento innocente ed accettabile solo perché provato da una donna? E non si trattò (in quello e in molti altri casi) invece, della classica patriota, della solita “vendicatrice protetta” (dagli uomini, dai necrofori in uniforme per cui lavorava)?

Intanto la storia l’ha registrata come l’ennesima impunibile, anzi, di più! Sono oramai molti i profili di donne compromesse con l’intera progettazione nazista, come è stata quella del Reich millenario, le cui imprese sono state ricodificate nell’accettabile prosa delle “biografie tecniche”. Così possono definirsi i “medaglioni” approntati per questi soggetti (come anche l’ambigua, fanatica Leni Riefenstahl), con punti “di carriera”, depurati da elementi critici, imbarazzanti, o solo problematici sul piano etico. In altri termini, il femminismo occidentale sta cercando di “trattare” questa massa discordante di informazioni storiche, di edulcorarle, di modo che la letteratura biografica presa in esame ne esca presentabile per gli scopi attuali. L’interesse va alle formule assolutorie per la “lei” considerata: 1. non sapeva, anche se ha partecipato “con intelligenza” all’apparato nazionalista; 2. non voleva, anche se concordava con le scelte antisemite di amiche, compagni ed amici maschi tedeschi; 3. ha cercato – poiché donna [!] – di aiutare sistematicamente molte donne ebree e slave, anche se questo non risulta granchè agli atti.

Attenzione! Il revisionismo si orienta a pretese di rilancio politico, non emerge solo da un senso di colpa che si cerca sordidamente di soffocare, rifiutando ogni evidenza deduttivo-fattuale. L’apologetica antistorica è una malattia culturale, ma serve anche come metodica per scaricare all’esterno della propria settaria realtà inconfessabili rancori, riservandosi il diritto di continuare i crimini che al correo/correa sono attribuiti. Non è solo una furba e meschina pratica di infantilizzazione delle attribuzione di responsabilità politiche e sociali, è molto di più.

Nel nazifemminismo teorico (si pensi alle teorica dell’eliminazione di genere, Mary Daly e al suo libello, in puro stile nazional-socialista, Quintessence), si cerca costantemente di re-istruire il diritto con interpretazioni metastoriche, o anche di sottostimarlo con un’autentica, superiore, teologia della violenza femminista. Trasfigurazione dei fatti, e delle tradizioni culturali, intese a promuovere una sorta di congrega di purificatori sociali – avversatori del non regolare, del diverso – che tanto fa pensare ai deliri psichiatrici dei custodi dell’ordine nero, cioè degli eutanasici SS.

Non diversamente dall’ordine vegetariano (ed apparentemente animalista) di Himmler lo scopo dell’apologia misandrica consiste nel cancellare le responsabilità storiche di chiunque non sia maschio, in qualsiasi società tali crimini siano stati compiuti. Il clamoroso caso della riconosciuta assassina Sakineh è un caso emblematico del principio imperialista, a cui il femminismo patriota americano si è appassionatamente dedicato in oltre un trentennio di osservanza strategica. In questo senso, i pregiudizi sessisti di molte femministe radicali possono, ancor oggi, far comodo a molti nazionalismi dominanti e quindi, paradossalmente, favorire il tanto vituperato patriarcato militare, che ancora domina.

Secondo l’apologia radicale il “crimine non è mai donna”, e non può esserci una fenomenologia ed un’analisi del crimine socialmente perseguibile che non sia genderista.

Sulla somiglianza fra propaganda femminista ed ideologia nazional-socialista si parlerà in seguito, nei prossimi interventi. Per ora basti dire che il rifiuto dell’equità potrebbe causare alla lunga delle inquietanti derive ideologiche, e delle omissioni manipolative e distorcenti, modificando il volto alla storiografia. Pericolo per la civiltà che Elisabeth Badinter (la famosa femminista francese) ha ben definito “deriva americana”. Forse che le Liberated Women americane si siano stracciate le vesti dopo Abu Ghraib? Non è ciò che si legge e si è letto.

Non è facilmente immaginabile la soddisfazione delle patriote americane nella magica scoperta di quei (umilianti, distruttivi) fatti e di quei “momenti” della sofferenza al maschile: “finalmente, siete voi maschi a essere violentati; e siete persino arabi”.

Il nazionalismo, ancora a braccetto con le donne che odiano e umiliano; e ancora la stessa sintomatologia sociale: la classificazione etnica; la tortura; l’odio contro il corpo dei colpevoli (di cosa?).

Se (e, se ciò si avverasse, sarà peggio per la futura serenità mentale delle donne) non avremo spazio, se verremo censurati ed “imbavagliati”, se subiremo ulteriore (e gratuita) violenza morale e fisica da donne scisse, o (peggio ancora) da donne-kapò, federate a “maschi pentiti” dovremo fare professione di democrazia. Per noi e anche per coloro che si sono perdute, poiché le donne occidentali (per superbia) sono oramai in auto contatto, cioè concentrate solo su loro stesse.

Una mia amica (liberata, emancipata) diceva: “è la faccia che se ne deva andare dallo stivale!”. Bè, allora dovremo superarci in umanitarismo per riprendere – con dignità e correttezza – la basilare nozione di “diritto umano”, di illuminista memoria e di femminista dimenticanza.

Intanto, si potrebbe dire agli uomini della Penisola: per cominciare, non sposatevi; per continuare pensate anche al passaporto di chi dice di amarvi; per finire, considerate sempre l’opzione della fuga.

Prima o poi, almeno le donne col “colpo in canna”, cioè quelle normalmente disturbate (in questa alterata, allucinata realtà quotidiana della normalità psicotica), finiranno per riconoscere che il loro continuo appoggio alle leggi discriminatorie vale come risultato da un sentimento sviluppato storicamente nella società di appartenenza, più che nel partito di genere. Sentimento grottesco e spaventoso, ma gratificante (inoltre, mai messo, per principio, in discussione); com’è altrettanto autentica l’adesione della gran quantità delle donne a questa versione odierna, “pop” (ma altrettanto pervasiva e spaventosa, com’è il genderismo) delle tanto vituperate Leggi di Norimberga; questa volta il nazismo è puramente di genere.

Solo affrontando seriamente il problema psichiatrico e farmacologico che sembra preparare il mascheramento vittimistico inerente alla dimensione dell’attacco domestico al femminile, potremo [forse, se non è tardi!] analizzare, in una dimensione psico-fisica, e non più ideologica, anche il tanto pubblicizzato immaginario antitetico (contro il “viriarcato”), regressivo e violento, rappresentato dell’ideologia globale della supremazia femminista.

Dovremo studiare come essa operi, dovremo studiare i loro testi per ragionare su quel’è il loro interesse, e il loro approdo legislativo più probabile. Il loro scopo, purtroppo, anche nel campo del diritto europeo, che in materia di arbitrio femminile è sempre meno legato alla socialità organica e sempre più legato ai privilegi personali (oramai, neanche pubblicamente negati), o di casta.

“Voglia di stravincere?”. Nella cultura americana la locuzione è (da industrializzazione del crimine) “Overkilling”. L’importante è andare “fuori scala”, quando si vuole evirare la dignità maschile. Non si tratta di confrontarsi in un gioco leale, poiché, nel contesto, la dialettica uomo donna non vale affatto come gara, ma equivale ad una pulsione avversativa primaria e pre-edipica, seguendo la prassi di un’esecuzione annunciata. Non si vuole gareggiare (al contrario!), ma togliere dal gioco quello su cui hai posato gli occhi; svalutarne i diritti e la sensibilità, frodarlo e derubarlo di tutto quello che ti serve. Ecco che i piaceri “pigri” sono diversi e tra i più fantasiosi: annichilire; sconfiggere senza fatica; millantare possibilità di minaccia per colpe supposte, scatenare la paura esistenziale nell’altro. Come epilogo, quando il nemico è proprio al tappeto (come insegna molta necrofila cultura di massa) non fermarsi, neanche in quel caso.

Leggiamo i resoconti dei processi; interessiamoci alla sofferenza (indicibile!) con cui i “maschi” di oggi lasciano la propria casa (ah, non si dimentichi che l’uomo paga con il solito mutuo oltre i 20 anni), e i figli, alla “lei”; che ha da tempo presidiato la casa con il suo nuovo “compagno”. In queste dinamiche manipolative, cioè di potere, quanto sono untuose, inutili ed ambigue le parole! Perdono il loro significato originario: compagno; alimenti; parità. Quando a dominare è il solo interesse, così denso e manifesto che si potrebbe tagliare con la lama di un coltello.

L’esecuzione dell’inerme è solo odio a buon mercato, e infatti, non stranamente si sviluppa in condizioni non avverse, ma spesso, formalmente favorevoli, e non contro soggetti minacciosi, ma contro soggetti semplicemente dignitosi. Forse, per chi è esterno alle scelte soggettive, risultano un po’ ingenui e superficiali, almeno nello scegliersi la “compagna”.

Le vendicatrici della normalità psicotica sembrano avere una gran voglia di vendicarsi, ben sapendo che verranno socialmente incoraggiate a farlo; in primo luogo dai giudici.

La scelta rimane semplice: cercano di attaccare i soggetti apparentemente non distruttivi, quelli che non sono portati a difendersi “a tutti i costi”. Il desiderio violento suddetto è quella primordiale, di fare “pigramente” male a qualcuno, strillando poi per l’impunità.

Sadianamente (e coerentemente agli assunti esposti) l’egomaniaca media non regge la vita associata, non tollera altro fuori da sè, vive di paurose nevrosi derivate da proiezione narcisiste; ed infatti, si lamenta di essere sola, senza amiche, senza autentica affettività.

Ciò conduce ai tetri paradigmi dominanti: di ascendenza discriminatoria, anti-biologista ed antidemocratica.

La donna occidentale rischia di farsi sedurre da vere e proprie pulsioni hitleriane, che però, per quanto siano trasfigurate dagli inevitabili “maschietti” fiancheggiatori, non possono del tutto nascondere la distorta, smodata passione per l’onanismo della violenza ed il rifiuto dell’altro, che oggi i tanti episodi di violenza, non solo domestica, intrapresa da donne portano alla luce.

A tutte le donne senza la coda, soprattutto se di paglia.

R. Csendes, Trieste

Annunci

2 Responses to L’altro volto del male

  1. anna ha detto:

    dato che sono una donna senza coda, neanche di paglia, approvo i ragionamenti di R. Csendes, Trieste e segnalo il libro di d. jonas goldhagen “i volenterosi carnefici di hitler, i tedeschi comuni e l’olocausto” che forse conoscerà già… e sono daccordo sulla correità delle donne con i carnefici dell’umanità
    SALUTI ANNA

  2. cesare ha detto:

    So che la maggioranza delle donne occidentali usano il termine “materiale biologico” per indicare il figlio che hanno concepito e abortito. E così lo pensano contro ogni naturale pietà e ragione. So che di questi figli nel loro ventre ne hanno distrutti, solo in Italia, dall’entrata in vigore della legge sull’aborto, cinquemilioni e seicentomila. So che considerano e chiamano tutto questo un loro diritto e un diritto. So che sono donne che vivono condizioni di informazione anticoncezionale, di assistenza medica e sociale, di benessere economico, fra le più alte al mondo. Libere di scegliere dunque. So che un padre che volesse salvare il figlio non ha nessun potere e che la forza dello Stato interviene con violenza per dissuaderlo fino alla carcerazione per impedirgli ogni difesa del figlio. So che questa è la forma più alta e grave di violenza che sia comparsa nella Storia. So che sta distruggendo la nostra civiltà erodendo ogni sua buona vitale radice. So che nascondere con infantili giochi di parole e ogni sorta di scuse non salva dalle inevitabili conseguenze chi si è reso responsabile di questo massacro. Certamente chi ha tradito il proprio dovere di padre, ma soprattutto chi nel ventre porta la vita e invece di proteggerla la violenta e la strazia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: