La Manada: sentenza da pagare

La Manada

Se i colpevoli non pagano, chi pagherà?

 

Che si tratti di stupro è cosa tanto ovvia da non meritare argomentazioni. L’ipotesi che una donna possa voler sesso ludico consecutivamente da cinque sconosciuti e nelle condizioni date, appartiene forse all’immaginario erotico maschile, ma non ha e non può avere alcun fondamento naturale. Ossia: nessun fondamento. Che quella ipotesi venga poi confermata dalla fandonia femminista della parità ormonale (*) non è certo un alibi per quei rei (**).

Puniti con 9 anni. Benché non siano pochi,  ed anzi siano la pena per lo stesso reato (stupro di gruppo) prevista dal nostro codice,  riscritto di pugno da parlamentari femministe nel 1996 (c.p. 609 octies: da 6 a 12 anni) sono frutto una sentenza diabolica.

La motivazione (abuso ma non stupro) la trasforma – nella interpretazione universale – in una sentenza di assoluzione. De facto. E sono i fatti che contano. In aggiunta, i 5 rei vengono liberati su cauzione (6.000 euro, una inezia) dopo due anni di carcere preventivo. In sintesi: un condanna virtuale. Una assoluzione. 

La sentenza dice questo: che i reati antifemminili non vengono puniti o lo sono in maniera ridicola.

Quei delinquenti dunque non pagano, chi pagherà?

Pagheranno gli innocenti

Gli uomini di Spagna innanzitutto e poi tutti noi perché quella sentenza verrà usata contro ogni maschio occidentale. Già lo è. Una doppia sentenza micidiale, che sembra studiata a tavolino per significare che ci riserviamo la libertà di stupro.

I reati antifemminili non vengono puniti. Questo è il significato sociopolitico reale, questo è il senso inevitabilmente attribuito alla sentenza che sembra studiata apposta da Belzebù per dare il destro a questa interpretazione.

Impunità agli stupratori: questo è necessariamente il significato della sentenza, l’interpretazione capziosa che serve allo scopo.  Impunità, e ciò nientemeno che in  uno dei paesi più avanzati del mondo quanto a potere femminista.

Ciò posto, si rende necessaria una nuova ondata di liquidazione morale antimale,  nuove misure economiche a favore delle vittime, leggi presuntive e spietate contro gli uomini, campagne di dannazione dei malnati senza utero.

Ciò accade in una civiltà nella quale ogni donna ha il diritto ed il potere di denunciare il marito per stupro la notte delle nozze.  Il diritto di umiliare l’uomo ritirando il consenso durante il coito,  e,  per somma di oltraggio, senza bisogno di segnalarlo al partner (c.d. “stupro colposo”), potendolo poi denunciare sine die.

In quella civiltà in cui il rancore femminista ha inondato di fango tutte le relazioni, tutti i gesti, tutte le parole, tutti i sentimenti maschili.

Quella civiltà in cui è stato stabilito che ogni rapporto è uno stupro.  Questa civiltà.

E’ qui che gli innocenti pagheranno. Pagheremo caro, pagheremo tutto. Certo.

Ma fino a quando…?

(Repubblica 28 aprile 2018)

(*) Che sia stupro certo deriva dalle considerazioni svolte, fondate sulla diversità radicale dei sessi (c.d.  generi) stabilita da Darwin (ossia dall’evoluzione, dalla natura).  Tanto è innegabile questa verità (la diversità radicale) che alcune femministe spagnole hanno pensato bene di negarla. Per far ciò hanno sostenuto quanto segue: dal fatto che quello fosse stupro (e lo era) non si deve ricavare che le DD non amino il sesso ludico, trasgressivo, polimorfo. Anzi: la maggior parte delle DD (se vivessimo in una società libera!) sarebbe ben disposta a regalare fellatio al primo che passa.  Relata refero:  papale papale.
(**) Lo stesso dicasi, ovviamente, per i due carabinieri accusati di stupro su due studentesse, di cui alle cronache nostrane di pochi mesi fa.
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