Con i “SE” si fa la storia

…solamente con i ‘se’

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“Con i ‘se’ non si fa la storia”. E’ una locuzione diffusissima, profferita in modo irriflesso da chi voglia tacitare un interlocutore cui sia sfuggito, improvvidamente, un ‘se’ riguardo al passato.
Colpito da questa pistolettata, il malcapitato tace.
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L’idea da cui si parte è che, analizzando la storia, raccontandola, non si possa far altro che prendere atto degli avvenimenti i quali sono andati in un modo e non nell’altro e vanno descritti per come sono andati non per come sarebbero – forse – potuti andare. Un modo diverso per dire che non si può modificare il passato. Ciò sembra molto ragionevole.
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Lo sarebbe davvero se la ricostruzione mirasse semplicemente a descrivere la successione degli avvenimenti. Se fosse il filmato di uno spicchio del passato, da guardare tacendo e senza imparare nulla.
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Senonché nessuna ricostruzione storica avrebbe ragion d’essere se non ci aiutasse a capire, ad imparare qualcosa ed è proprio questo lo scopo dello studio della storia. Questa è la finalità – implicita – di ogni narrazione. A quel fine, in modo spontaneo, corriamo a cercare le cause, i condizionamenti, e le scelte che precedettero ed accompagnarono quei fatti.
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Ora, e qui viene il bello, la ricerca delle cause include necessariamente e immediatamente la valutazione di ipotesi alternative, lo si riconosca o meno. La conoscenza è sempre conoscenza della catena delle cause e degli effetti, a loro volta causa di quelli successivi. La causa è riconoscibile solamente quando si isola – momentaneamente e per quanto possibile – un fattore e si elaborano congetture sulle diverse conseguenze che si sarebbero verificate (o si verificheranno) sostituendolo con un altro o modificandolo, poco o tanto, in termini di qualità, quantità, luogo, tempo etc..
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Ed è precisamente quel che fa la scienza sperimentale che in tal modo acquisisce conoscenza. Si analizzano i dati di un esperimento, ossia quel che è accaduto ore o mesi o anni prima ( e questo è il passato, ossia: storia) e su quella base si progetta un nuovo esperimento, confermando o modificando quel dato fattore allo scopo di registrare le connesse variazioni negli effetti (e questo è il futuro). Tale progetto presuppone il ‘se’ di cui è anzi una articolazione fattuale.
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Chiedersi “Cosa accadrebbe se modificassimo in questo senso quel parametro…?” equivale a chiedersi “Cosa sarebbe accaduto se lo avessimo modificato la volta precedente…?”. Che differenza fanno il dopo o il prima?  La domanda è precisamente la stessa, ha la stessa funzione ed il medesimo valore euristico. Rivolta al futuro o al passato non ha importanza: è la medesima. La relativa opzione mi darà (futuro) lo stesso effetto che mi avrebbe dato nel passato.
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Non conta che la domanda venga espressa nella prospettiva del passato o in quella del futuro, che il fatto sia accaduto o debba ancora accadere, tanto è vero che si può narrare (il cinema ne è prova) come futuro un avvenimento del passato (cambiando ambientazione, costumi etc.). In questo caso si vede bene che il ‘se’ rivolto alle scelte future di un personaggio è precisamente quello stesso ‘se’ che applichiamo al passato. Chiedersi “…cosa accadrebbe se Mario tacesse?” in questo falso futuro non è altro che chiedersi “…cosa sarebbe accaduto se Mario avesse taciuto?” nel vero passato.
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E’ che  ci lasciamo ingannare dal fatto che il passato non si può cambiare dimenticandoci con ciò che quel che ci interessa è il futuro e che stiamo inconsciamente proiettando quel passato nel futuro perché vogliamo imparare dalla storia (pubblica e privata). Noi siamo interessati a conoscere, ipotizzando il ripetersi di quel contesto nel futuro, quali sarebbero i diversi effetti delle diverse scelte (nostre o altrui). Solo in questo modo si impara dalla storia.
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E’ questo lo scopo che ci prefiggiamo nello studio (e nel racconto) della storia del mondo, dei popoli, dei gruppi. Ed è anche il modo con cui impariamo dalla nostra biografia, la nostra storia individuale.
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Nel soppesare le conseguenze delle nostre scelte (ovviamente sempre rivolte al futuro) il ‘se’, ossia la valutazione alternativa delle diverse opzioni, più che lecito è indispensabile,  tanto che nessuno ha mai detto né mai dirà: ”Con i ‘se’ non si fa il futuro!” giacché è proprio con i ‘se’ che progettiamo la vita. Passato e futuro – entrambi presentificati solo nella mente – sono due etichette che ai fini della conoscenza possono venir scambiate senza effetti F=P (…e quindi P=F… sic!).
Essendo dunque legittimo ed anzi necessario il ‘se’ targato F lo è parimenti quello targato P. Nulla muta.
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Nessuno dirà che Niccolò Machiavelli fosse sprovveduto o ingenuo, tuttavia nel Principe, ed ancor più nei Discorsi, usa senza remore il ‘se’ controfattuale riferito ad avvenimenti (scelte) di uomini e popoli del passato benché il suo scopo consistesse nel trasmettere insegnamenti …per il futuro.
Dice esplicitamente di aver scritto quei libri per tramandare ai posteri la conoscenza da lui acquisita dalla storia affinché giovi ad altri …nei tempi a venire (ovviamente).
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Certo, lui aveva un vantaggio su di noi: nessun interlocutore che potesse tacitarlo con la speciosa, inconsistente e tuttavia letale formula: “Con i ‘se’ non si fa la storia!”.
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Fantasma dialettico, locuzione virale durata secoli ma della quale anche noi, ora e finalmente, ci siamo liberati.
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Grazie Niccolò.

“Con i ‘se’ non si fa la storia!” Vero: ma noi non “facciamo” la storia, quella è già fatta.

Noi la studiamo… introducendovi tutti i ‘se’ necessari.

2 Responses to Con i “SE” si fa la storia

  1. RDV ha detto:

    Quando si dice …la combinazione imprevedibile delle cose. Letta ieri sera: “L’idea di D. Dennett* è la seguente ‘Qual è l’utilizzo più potente della ns mente? … la capacità di fare ipotesi sul futuro e di giocare al gioco controfattuale. …. uno dei vantaggi è … di far morire le ipotesi al posto nostro’ “.
    Da “Il cigno nero” di N.N. Taleb p. 203
    * Filosofo, neuroscienziato etc.
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    Cosa sono le simulazioni (di ogni tipo) se non questo?

  2. ericlauder ha detto:

    Grande articolo.

    Ho sempre affermato che un minimo di pratica del racconto ucronico andrebbe implementata come modo di potenziare l’insegnamento della Storia: esattamente far riflettere gli studenti sul “cosa sarebbe accaduto se invece…” e quali sarebbero stati i risvolti e gli eventuali sbocchi.
    Oltretutto è anche un modo per vedere chi ha capito a fondo: solo chi ha capito a fondo è in grado di costruire un’ipotesi alternativa plausibile e possibile.
    Chi invece, ad esempio, dice “se Hitler avesse deciso di non attaccare l’URSS” non ha capito del tutto. Così come chi dovesse dire “se non avessimo dichiarato guerra alla Francia”: a quel punto, giunti in quella situazione, qualsiasi governo, di qualsiasi colore, avrebbe provato a prendere tanto investendo (apparentemente) poco.

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