I popoli restano

…gli imperi passano, i califfati passano,

i regni passano, le repubbliche passano…

 I popoli restano

 

Latenti da tempo, in questa stagione storica fioriscono nel mondo e soprattutto in Europa movimenti e partiti che mirano all’indipendenza. In questi giorni i curdi, che vi aspirano da 100 anni, vengono assaltati dalla Turchia, gli indipendendisti catalani vengono condannati a pene severe, il capo della Cina promette di “rompere le ossa e fare a pezzi” i separatisti (tibetani e uiguri e…). In Italia i sudtirolesi cancellano da un documento ufficiale la locuzione “Alto Adige”, dopo che l’Austria ha promesso loro il doppio passaporto, mentre si incontrano a Cosenza tutti i movimenti meridionalisti autonomisti/separatisti. Nel frattempo matura la Brexit che prefigura, all’orizzonte, la secessione della Scozia. In Polonia i c.d. “sovranisti” riconquistano la maggioranza assoluta.

Popoli delle periferie che aspirano a liberarsi del dominio di un potere sentito come estraneo, straniero e nemico. E tentano di farlo in svariati modi, con diverse forme, con variabili conseguenze.  Periferie degli imperi esterni, di quelli interni (gli stati-nazione) e dei semi-imperi (come la UE).

L’indipendenza scalda i cuori perché prefigura e delinea una condizione di adultità, di maturità, di autogoverno integrale di un popolo. L’entrata in prima persona e a pieno titolo nel teatro del mondo e nella Storia (con la maiuscola, appunto).

Ora, non ha importanza il nostro giudizio sulla liceità, la legittimità, la giustificabilità di quelle aspirazioni e di quei tentativi. Il nostro like-dislike non ha la minima importanza (qui, come altrove).

Sull’autolesionismo di quasi tutti quei tentativi ho già messo giù un articolo piuttosto contundente. Si tratta ora di vedere se, qualora ottenuta, la sognata indipendenza sia davvero la condizione di sopravvivenza di un popolo o non piuttosto, un inganno, un idolo vano, una condizione apparente, quasi onirica.

Quanto al presente, solo una domanda: da cosa, da chi e poi come, in quale misura, sotto quali aspetti oggi un popolo di pochi milioni di persone (o anche di svariate decine) può pensare di essere effettivamente indipendente quando paesi di centinaia di milioni non lo sono? Indipendenti in cosa, in che modo, su quali basi…? La risposta è necessariamente articolata e complessa, ma ha un solo esito: l’indipendenza oggi non può essere che limitata, parziale, settoriale pur ammesso che vi sia (come nel caso di grandi entità politiche). In cosa potrebbe davvero essere indipendente la Catalogna se non lo è – e non può esserlo – neppure la Spagna?

Quanto al passato la lezione è chiara. Sono scomparsi imperi e regni e repubbliche di tutti i tipi, le forme e le categorie. Al loro posto altri imperi, altri regni, altre repubbliche …destinati alla medesima fine.

Quel che è rimasto, superando secoli e millenni, sono i popoli. La loro lingua, le loro tradizioni, la loro religione. Non tutti ce l’hanno fatta, è vero. Ma quel che resta del passato è l’insieme dei popoli, di quelle culture che sono state trasmesse di generazione in generazione. Negli imperi tolleranti come in quelli tirannici, nei regni barbari e in quelli civili, nelle repubbliche libere come in quelle repressive.

Se si vuole salvare ciò che è importante – perché è intrinsecamente duraturo – allora va salvata la cultura di ogni popolo, quella che si chiama “identità”. Non quella dello stato-nazione (creatura recente e destinata a scomparire) ma quella delle genti su cui governano gli imperi interni al pari di quelli esterni. Transeunti.

L’indipendenza essenziale, la sola che conti e che sia realtà e non mito, è quella di un popolo che scavalca i secoli irridendo ai regni, agli imperi e alle repubbliche.

Perché tutto passa.

Solo i popoli restano.

2 Responses to I popoli restano

  1. RDV ha detto:

    Concordo sul fatto che le trasformazioni in atto sul piano della psiche collettiva sono subdole perché seduttive. Non trovano opposizione perché il potenziale nemico è semplicemente sedotto e fa causa comune con l’invasore.
    In genere i regimi usano le minacce, le intimidazioni. Si percepisce perfettamente che esistono. Questo invece dilaga distribuendo dolciumi. Come fermarlo?

  2. armando ha detto:

    Non si può non concordare con l’assunto dell’articolo: vanno salvati i popoli, la loro identità, la loro cultura. Anche se, come giustamente sottolineato, in un mondo globalizzato non solo economicamente ma anche, almeno come progetto tendenziale, giuridicamente e soprattutto culturalmente, mantenere una autentica indipendenza è impresa davvero difficile, al limite dell’impossibile. Comunque vale la pena tentare, se non altro per tramandare una scintilla di consapevolezza alle generazione 2.0, ignare, non per loro colpa, della storia, delle tradizioni degli avi, della loro cultura di cui rimane quasi nulla, e spesso sotto la forma riduttiva (direi degradante) del folklore ad uso dei turisti. Eppure è vero che lo spirito, l’anima di un popolo con tutto ciò che significa, è più difficile ad essere distrutta delle forme politiche transeunti. L’esempio più eclatante credo sia quello della Russia ex Unione Sovietica. Dopo la sua implosione, immediatamente è riapparsa l’antica anima russa, evidentemente mai morta ma solo nascosta, vivente sopita nell’ombra, e che ha resistito anche al tentativo di occidentalizzazione forzata di Eltsin. Quì occorre però aprire una parentesi di storia, perchè se quell’anima, quella cultura antica ha resistito, lo si deve anche all’intelligenza politica di Stalin che ( senza che ciò attenui le sue responsabilità per i Gulag raccontati da Solgenitzin e le repressioni spietate di qualsiasi dissenso) intuì che per ottenere il consenso del popolo, e soprattutto mobilitarlo nella guerra al nazismo (non a caso viene chiamata in Russia la Grande Guerra Patriottica), non solo mise la sordina ai progetti culturalmente più “rivoluzionari” dal punto di vista culturale e antropologico della rivoluzione d’Ottobre, ma recuperò (pur nel quadro dell’ateismo di Stato), alcuni simboli della Russia antica e popolare. Sono esempi di ciò la cinematografia di Eisentstein, in particolare l’Alexander Nevski, che fu un potente impulso allo stringersi del popolo intorno ad antichi simboli: il principe unificatore ed eroe dell’indipendenza all’ombra delle cupole delle Chiese Ortodosse, gli accordi raggiunti, appunto,con il Patriarcato moscovita, ed anche se proprio vogliamo stare ai simboli, il sorvolo di Mosca con una antica Madonna da sempre oggetto di culto popolare, per mobilitare la gente contro l’esercito tedesco invasore e stringerlo intorno al potere sovietico visto come salvuaguardia dell’indipendenza, quali che fossero le opinioni su quel potere (pessime, come si è visto negli anni). Credo anche, però, che oggi la questione della salvezza dello spirito, della cultura e dell’identità dei popoli si ponga in maniera più problematica ancora di ieri. Perchè la dittatura staliniana era tutto sommato rozza ed esplicita, immediatamente riconoscibile, e quindi lasciava comunque uno spazio di dissenso interiore, che pur non potendosi manifestare pena condanne e deportazioni, tuttavia poteva continuare a vivere nelle persone che intimamente conservavano, e silentemente anche tramandavano ai figli, ciò che rappresentava l’identità di quel popolo. Oggi non ci sono lager, non deportazioni; viviamo, si dice, in democrazia, ma il lavaggio del cervello, la penetrazione tramite i media tutto di ciò che il potere vuole sia instillato nel popolo, è molto più capillare, profonda, subdola, di quella di un tempo. Tutto concorre allo scopo: dalla scuola alla Tv, da internet alla stampa, dagli “eventi” alle mostre “culturali”, tutto è impostato in modo da far apparire come cosa ovvia e normale, ciò che solo pochi anni prima sarebbe stato considerato impensabile e liquidato dalla gente con indignazione o al massimo un sorriso di commiserazione. E’ una tecnica precisa e progressiva, questa, che si chiama (dal suo inventore, manco a dirlo un americano) “finestra di Overton”. Il risultato finale è che, senza neanche accorgersene, il popolo perde (dimentica) la sua identità e ne acquisisce una nuova, se tale può dirsi, del tutto diversa da quella precedente. E paradossalmente mostra anche di essere contento (solo in superficiè, però: vedasi le innumerevoli patologie psicologiche e psichiatriche), perchè in nome del progresso, dello stare al passo coi tempi, si sente “liberato” dai vecchi ceppi e dagli antichi limiti che lo imprigionavano. Senza rendersi conto dei nuovi, e senza accorgersi che quei ceppi, che qualche volta erano certamente anche noiosi o peggio, erano anche la sua identità profonda. La quale è sempre, ovviamente, trasformabile nel tempo e con la dovuta lentezza, ma non può essere dimenticata o distrutta. Pena l’aggirarsi smarriti per il mondo come zombi, pena la perdita di senso cui si tenta di supplire con la ricerca di paradisi artificiali, che altro non sono che suicidi protratti negli anni. Ma questo è ciò che accade. E, temo con costernazione, sottolineo temo, che un inizio di mutamento potrà esserci solo dopo una qualche forma di catastrofe immane, bellica, ambientale, finanziaria o come.

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