Preti sposati. La soluzione beffarda e manipolatrice.

Nella tomba dell’amore la terapia antiabusi

Data la cronaca che riferisce del passato e del presente sul comportamento di tanti preti in campo sessuale, la ricetta prescitta sarebbe (…è !) il matrimonio.  Il presupposto tacito è che, avendo una donna al fianco, un uomo abbia anche del sesso e che lo abbia in quantità e qualità corrispondenti alle sue pulsioni ed ai suoi bisogni psicofisici.  Il presupposto, dunque, è che il matrimonio garantisca il sesso (tratteniamo le risa).

Ciò è stato diffusamente falso nel passato e lo è quasi del tutto nel presente.

Vediamo come e perché.

Il motivo risiede nella disparità ormonale, in conseguenza della quale gli UU hanno il problema là dove le DD hanno la soluzione e in forza della quale per gli UU il sesso è il primo o unico scopo della relazione e per le DD è lo strumento per ottenere tutto.

Schopenhauer: “Dalle DD gli UU si aspettano solo una cosa. Attraverso quella le DD si aspettano tutto”. Anche un acuto come Arturo da Danzica può dire una banalità, che però ha il pregio di esplicitare ciò che tutti sanno e tutti fingono di non sapere. Verità mai negata e occultata tanto gelosamente quanto oggi dal femminismo.

Della vita sessuale maschile del passato non possiamo sapere nulla, se ci riferiamo alla massa. E infatti mi riferisco proprio alla massa, non all’élite maschile che ha sempre avuto tutto e di tutto, in primis sesso. Non ne sappiamo nulla in dettaglio, ma conosciamo l’equazione – la legge newtoniana – che regola i rapporti:  la disparità ormonale tra i due, fissata dal DNA, eterna con le sue inevitabili conseguenze.

Lasciando stare le eccezioni (il solito 5%) è’ chiaro che la refrattarietà femminile al sesso – soprattutto coniugale – è sempre esistita. Tuttavia, essendo il reddito portato a casa dal maschio, lei in cambio doveva pur dare qualcosa. Ciò anche perché l’intera comunità la pressava a dare almeno il minimo sindacale, se non altro per evitare pericolose deviazioni del breadwinner. Si trattava ovviamente di sesso passivo, stanco e svogliato (°). Alla lunga capace senza dubbio di indurre un progressivo (e per lei benefico) calo della libido maschile. Se per anni ti avvicini a una che sbuffa, calda come il marmo, è inevitabile che i bollenti spiriti prima o poi si raffreddino. Prima …del poi.

Verità illustrata dalla sentenza femminista secondo cui “lo facevano per dovere”.

Nel presente lo cose sono peggiorate necessariamente, in forza della stessa equazione e delle mutate condizioni di vita delle DD che non hanno più bisogno economico degli UU.  I pochi dati sull’argomento non fanno che confermare quel che si sa a priori (perché le equazioni parlano a priori).  Nel 40% delle coppie europee non c’è sesso, i clienti delle peripatetiche in Italia sono 9.000.000 (quasi la metà dei maschi sessualmente attivi). Cosa accada poi in quelle coppie dove si dice che il sesso c’è è tutto da verificare. Soprattutto perché a parlarne sono le DD. I questuanti preferiscono tacere.

Ciò posto e data questa realtà, riproporre il matrimonio come soluzione dei problemi sessuali dei preti sarebbe solamente grottesco e beffardo se non fosse invece depistante e manipolatorio.

Si continua a far credere che il matrimonio, da tempo immemore definito “tomba dell’amore” (cioè del sesso)  sarebbe la medicina alla malattia dei preti (e dei single in generale).

L’interesse femminil-femminista qui è troppo smaccato per doverne parlare.

Il veleno come medicina. La tomba come luogo di rinascita.

Il sacello della voluttà come arca della salute e del benessere.


(°) Attività sessuale controvoglia, forzata, perciò, alla luce della morale odierna, stupro chiaro e netto.

P.S. Ovviamente c’è altro da aggiungere. L’anorgasmia ad es. che colpisce un gran numero di DD. Sul tema ho letto di tutto. Si andrebbe dal 15% fino al 40% o più (vedi qui) affette da anorgasmia sistematica e fino al 73% colpite da anorgasmia periodica (vedi qui).   Poi esiste anche la frigidità, negata e affermata al tempo stesso. Quante ne sono colpite? C’è da chiedersi quanto possa interessare ad una donna un’attività così intima quando non prova nulla. Non è sesso forzato pure questo? Cos’altro è? Ora, se lo stupro è sesso forzato (e lo è) il sesso forzato è stupro. Non si scappa.

14 Responses to Preti sposati. La soluzione beffarda e manipolatrice.

  1. ericlauder ha detto:

    Tornando all’argomento: quando ho sentito sono scoppiato a ridere.

    Chi pagherà per i divorzi, gli assegni di mantenimento, e pure per le false accuse di violenza domestica?
    La terza potrà essere relativamente rara, ma divorzi e assegni di mantenimento ci saranno,
    In Italia il tasso di divorzio è dato ufficialmente al 47% ma di fatto è sull’80% almeno – come calcolato QUI:
    https://theindependentmanitaly.wordpress.com/2019/10/07/quale-e-la-vera-percentuale-di-contratti-di-matrimonio-che-finiscono-male-in-italia/
    In Brasile lo danno al 17% quindi è almeno al 30%, anche ipotizzando che i preti saranno affetti la metà, o anche solo un terzo si tratterebbe del 15%, minimo 10%, dei preti sposati.
    Se ci saranno tanti preti sposati è una bella sommetta che dovrà tirare fuori la chiesa.

  2. RDV ha detto:

    Concordiamo sulla valutazione della specie umana. C’è da sperare che esista di meglio nell’universo.
    Ma potrebbe andar peggio. A volte penso che possa avere ragione Mauro Biglino con la sua ipotesi degli alieni che ci avrebbero innestato qualche tratto del loro DNA.
    Ma chi erano questi? Schiavisti, stupratori, assassini.
    Squadristi della Galassia. Saremmo opera di questi.
    .
    Ipotesi strampalata a dir poco. Però con un vantaggio: spiegherebbe molte cose.
    Molte.

    • Sandro D. ha detto:

      Diciamo pure che una ipotetica forma di vita aliena, più evoluta della nostra, potrebbe essere veramente peggiore.
      Quindi ancora più aggressiva e violenta.
      E sempre ragionando per ipotesi, la succitata specie aliena farebbe un sol boccone della specie umana.
      Il motivo è semplice: sarebbero talmente più avanti rispetto agli umani, da poter essere considerati quasi degli esseri onnipotenti.
      Chiunque si intenda un po’ di queste cose, sa bene cosa significherebbe viaggiare nell’universo – per migliaia o milioni di anni luce -, riprodurre una gravità artificiale, proteggersi dalle radiazioni, non impazzire nel vuoto cosmico (come capiterebbe a un essere umano), etc.

      Comunque, riguardo alla questione della vita aliena, in passato scrissi qualcosa su uomini3000.

      https://questionemaschile.forumfree.it/?t=1907206&fbclid=IwAR0tKTp3Ty-6tNid3L2I3svV3AW-pqsRtLaye8GExvOOSp4NmNHAbx6Mk4U

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      14/9/2004
      Argomento affascinante.
      In proposito c’è stato qualche esperto che ha provato a calcolare quante probabilità ci sono che esistano delle civiltà extraterrestri, anche se, ovviamente, tali calcoli non possono avere alcun valore scientifico: si tratta solo di un gioco intellettuale.
      Numero di stelle nella nostra Galassia.
      Ottimista 300 miliardi; pessimista 100 miliardi.
      Numero di sistemi solari simili al nostro.
      Ottimista 1,7% di 300 miliardi = 5 miliardi circa; pessimista 0,1% di 100 miliardi = 100 milioni.
      Numero di sistemi solari simili al nostro con un pianeta in posizione giusta.
      Ottimista 20% di 5 miliardi = 1 miliardo; pessimista 10% di 100 milioni = 10 milioni.
      Numero di pianeti adatti alla vita su cui può essersi sviluppata una forma di tipo batterico.
      Ottimista 100% di 1 miliardo = 1 miliardo; moderato 50% di 10 milioni = 5 milioni; pessimista 0,01% di 10 milioni = 1000.
      Numero di pianeti sui quali da forme di vita di tipo batterico avrebbero potuto svilupparsi forme di vita di tipo pluricellulare.
      Ottimista 70% di 1 miliardo = 700 milioni; moderato 20% di 5 milioni = 1 milione; pessimista 5% di 1000 = 50.
      Numero di pianeti sui quali, partendo da forme intelligenti, avrebbe potuto svilupparsi una civiltà tecnologica.
      Ottimista 100% di 600 milioni = 600 milioni; moderato 100% di 250.000 = 250.000; pessimista 5% di 1 = 0,05.
      Numero di pianeti della Galassia sui quali potrebbe esistere oggi una civiltà tecnologica.
      Ottimista 0,1% di 600 milioni = 600.000; moderato 0,02% di 250.000 = 50; pessimista 0,0002% di 0,05 = 0,0000001.
      Fin qui il calcolo riferito alla nostra sola Galassia. Ma si calcola che nell’Universo le galassie siano circa 100 miliardi. Moltiplicando quindi per 100 miliardi i dati precedenti si ottiene:
      Numero di civiltà tecnologiche oggi nell’Universo.
      Ottimista 60 milioni di miliardi; moderato 5000 miliardi; pessimista 10.000.
      Naturalmente, ripeto, si tratta di un semplice gioco intellettuale, che non vuole dimostrare niente.
      Anche perché ci sono da considerare molti altri fattori che possono rendere il calcolo molto più pessimistico.
      Bisognerebbe tenere conto infatti anche di elementi apparentemente marginali, ma che molto probabilmente sono stati determinanti per l’evoluzione della vita sulla Terra.
      Come il ruolo della Luna, che influisce sull’inclinazione dell’asse terrestre e sulla durata delle giornate.
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      14/9/2004
      In proposito lo studio dei pianeti del Sistema solare ha fatto capire agli esperti in materia che occorre una particolare combinazione di vari fattori, perché si possano creare le condizioni giuste per la nascita della vita. Il successo della vita sulla Terra non è casuale: è dovuto proprio a una combinazione vincente, al fatto di possedere certi requisiti.
      Quali?
      Ebbene, per poter disporre di acqua allo stato liquido, di una temperatura giusta, di un’atmosfera adatta, un pianeta deve:
      1- Non essere troppo vicino al suo sole, ma neppure troppo distante (per non finire arrostito o gelato).
      2- Avere un’orbita quasi circolare, in modo che non ci siano sbalzi troppo grandi di temperatura tra una stagione e l’altra.
      3- Avere un periodo di rotazione non troppo lento.
      4- Essere di una dimensione ottimale: né troppo piccolo (altrimenti non trattiene l’atmosfera necessaria), né troppo grande (altrimenti l’atmosfera diventa eccessivamente spessa).
      5- Ruotare intorno a una stella di massa simile a quella del Sole.
      Infatti solo stelle di questo tipo vivono abbastanza a lungo (miliardi di anni) per dare il tempo alla vita non solo di nascere, ma anche di evolversi.
      Sono queste alcune delle condizioni necessarie perché un pianeta sia dotato delle caratteristiche (atmosfera, temperatura, acqua) adatte al “montaggio” della chimica organica.
      E qui si arriva a un punto molto interessante.
      Se si guardano i vari requisiti sopra elencati, ci si accorge che il “modello vincente”, in definitiva, è proprio quello terrestre.
      Più ci si allontana dal modello terrestre, meno è probabile che concorrano le condizioni necessarie alla nascita e allo sviluppo della vita.
      In altre parole, i pianeti che hanno più probabilità di ospitare la vita sono quelli che assomigliano di più alla Terra.
      Questo non significa ovviamente che la vita non possa nascere o prosperare anche in situazioni diverse, magari molto diverse. Ma tra le tante “combinazioni” di fattori che si possono avere nei vari pianeti quelle simili alla “combinazione terrestre” hanno maggiori probabilità di successo.
      Le eventuali forme viventi di questi ipotetici pianeti potrebbero presentare una qualche somiglianza con quelle della Terra? Non è da escludere.
      Per l’uomo, come per gli animali, l’aspetto fisico non è casuale.
      Lo sviluppo tecnologico per esempio, presuppone la capacità di manipolare oggetti e quindi sia la stazione eretta che i pollici delle mani.
      L’intelligenza, per quanto se ne sa, ha bisogno di una centralina (cioè di un cervello) di certe dimensioni.
      Quindi la testa non può essere troppo piccola.
      Nella testa infatti si trovano concentrati tutti i sistemi di informazione: vista, udito, olfatto, gusto.
      Ciò non vuol dire, naturalmente, che in un pianeta simile alla Terra ci siano necessariamente uomini e donne simili a noi, ma semplicemente che è molto improbabile che esseri intelligenti siano simili a vermi o a ostriche.
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      • Sandro Desantis ha detto:

        Questo è un brano tratto dal libro:
        DA DOVE VIENE LA VITA – Il mistero dell’origine sulla Terra e in altri mondi, di Paul Davies.
        http://it.wikipedia.org/wiki/Paul_Davies

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        Quando, nell’aprile 1997, sono giunte le prime sfocate immagini di Europa inviate dall’antenna di riserva della sonda spaziale Galileo in avaria, gli scienziati della NASA erano giubilanti.
        La parola sulle labbra di tutti era “vita”!
        Il motivo dell’eccitazione era la scoperta del primo oceano extraterrestre conosciuto. Europa, gli scienziati lo sapevano, è ricoperta di ghiaccio. Galileo ha rivelato degli iceberg. Gli iceberg significano acqua liquida, o perlomeno fanghiglia nevosa. L’intera crosta ghiacciata di questa gelida luna di Giove sembra scivolare su uno strato di liquido.
        Quasi all’unisono i commentatori hanno dichiarato che “acqua più composti organici è uguale a vita”, o perlomeno a ottime probabilità di vita. La base del ragionamento è stata riassunta dallo scienziato della NASA Richard Terrile, uno dei responsabili della missione:
        “Se mettete insieme questi ingredienti sulla Terra, in un miliardo di anni otterrete la vita” ha
        dichiarato alla stampa. Dunque, lo stesso accadrà su Europa.
        Purtroppo l’esile filo logico che lega l’acqua alla vita è poco più che l’osservazione che la vita senza l’acqua sembra impossibile. Equiparare le due cose presuppone uno straordinario atto di fede.
        Secondo la scuola deterministica della biologia, cui sembra ispirarsi la visione dominante della NASA e condivisa dalla maggior parte dei giornalisti, in qualsiasi ambiente simile alla Terra la vita emerge automaticamente. Prendete una dose d’acqua, aggiungete gli amminoacidi e qualche altra sostanza, lasciate sobbollire per alcuni milioni di anni e – voilà! – ecco la vita.
        Questa diffusa visione è aspramente criticata dalla scuola contrapposta, che sottolinea l’incredibile intrico di molecole necessarie a costituire anche la più semplice forma di esistenza.
        Ai sostenitori di tale posizione, la pura e semplice complessità della vita appare il risultato di una capricciosa concatenazione di eventi, unica nel cosmo.
        Non è possibile che da una massa d’acqua, sia pur condita con i più fantasiosi ingredienti, scaturisca la vita a comando. Le condizioni terrestri non possono che essere un colpo di fortuna, messo a segno contro probabilità astronomiche.
        Quando sostengono che l’acqua equivale alla vita, gli scienziati della NASA non stanno solo innalzando il tono dei loro progetti, ma avanzano anche – tacitamente – un’importante e profonda supposizione sulla natura dell’universo. In sostanza, essi affermano che le leggi dell’universo sono abilmente congegnate per convincere la vita a nascere contro ogni realistica probabilità; che i princìpi matematici della fisica, nella loro elegante semplicità, in qualche modo prevedono la vita e la sua immensa complessità. Se la vita discende dal brodo in virtù di un processo causale, allora nelle leggi della natura è codificato un significato nascosto, un imperativo cosmico che dice:
        “Create la vita!” e, con essa, i suoi derivati: l’intelligenza, la consapevolezza, la cognizione.
        Il che equivale a dire che le leggi dell’universo hanno progettato la propria comprensione.
        Si tratta di una visione mozzafiato della natura, magnifica ed edificante nella sua maestosità.
        Sarebbe meraviglioso se lo fosse. Ma se lo è, rappresenta una svolta nella visione scientifica del mondo pari a quelle introdotte da Copernico e da Darwin messi insieme. Non dovrebbe essere dissimulata sotto la disinvolta affermazione che l’acqua più i composti organici equivale, ovviamente, alla vita, perché è un fatto tutt’altro che ovvio.
        Se il determinismo biologico sarà davvero confermato dalla scoperta di forme di vita alternative a quella terrestre, ciò comporterà un drastico cambiamento del paradigma ortodosso, radicato nella contingenza darwiniana.
        Tale dottrina afferma che niente nella vita è preordinato, che l’evoluzione biologica è una lunga serie di accidenti, privi di un significato e di una direzione. Non ci sono finalità recondite. Ma se la vita è in qualche modo inevitabile, vuol dire che, indipendentemente dalle evenienze fortuite o dal fato, esiste una precisa meta da raggiungere: è scritta nelle leggi.
        La parola “meta” appare troppo simile a “scopo” o “fine”, termini tabù nella scienza dell’ultimo secolo, per il loro riecheggiare un’epoca religiosa ormai tramontata.
        Le implicazioni della scoperta della vita nello spazio sono quindi di capitale importanza; trascendono la mera scienza, per affrontare questioni filosofiche circa la possibilità di un significato ultimo dell’esistenza materiale o la sostanziale assurdità e insensatezza della vita, dell’universo e di ogni cosa creata.
        ____________________________

        Aggiungo dell’altro.

        Nel 1964 il biologo George Simpson scrisse un articolo di taglio scettico in cui evidenziava la futilità della ricerca di vita extraterrestre avanzata, liquidandola come “una delle più improbabili scommesse della storia”.
        Dopo aver osservato che gli umani sono il prodotto di una catena incalcolabile di specifici casi fortuiti, lo studioso concludeva:
        “La supposizione – fatta così a cuor leggero dagli astronomi, dai fisici e da qualche biochimico – che ovunque nasca la vita compariranno infine inevitabilmente esseri umanoidi è chiaramente falsa”.
        Anche il biologo Ernst Mayr, in un dibattito risalente agli anni Novanta, faceva eco allo scetticismo di Simpson:
        “Sulla Terra, tra i milioni di linee di discendenza e forse tra 50 miliardi di eventi di specializzazione, solo uno ha portato all’intelligenza superiore e tanto basta per convincermi della sua assoluta improbabilità”.
        Stephen Jay Gould critica allo stesso modo il concetto che la vita sia destinata a produrre l’intelligenza. Immaginate, dice, una catastrofe che cancelli tutte le forme di vita avanzata sulla Terra, risparmiando solo i microbi. Fate ripartire l’evoluzione e chiedetevi cosa accadrebbe. Ci aspettiamo un andamento sostanzialmente simile a quanto già avvenuto, con il riemergere di vertebrati, pesci, rettili, mammiferi e bipedi intelligenti? Niente affatto. La storia della vita sulla Terra è una gigantesca lotteria, dove gli sconfitti sono assai più numerosi dei vincitori. Essa è segnata da tanti accidenti del fato, tanti capricci arbitrari, che lo schema secondo cui si evolve è essenzialmente casuale. I milioni di eventi fortuiti che hanno creato la nostra linea di discendenza non si ripeterebbero mai e poi mai una seconda volta. La storia, scrive, “scivolerebbe lungo un altro sentiero”, cosicché “l’ampia maggioranza delle repliche non produrrebbe mai una creatura dotata di autocoscienza. Le possibilità che questa schiera di organismi alternativi (cioè nati dalla replica) contenga qualcosa di lontanamente simile a un essere umano deve ritenersi nulla”.
        >>>>>>>>>>

  3. Sandro D. ha detto:

    >>>>
    Il motivo risiede nella disparità ormonale, in conseguenza della quale gli UU hanno il problema là dove le DD hanno la soluzione e in forza della quale per gli UU il sesso è il primo o unico scopo della relazione e per le DD è lo strumento per ottenere tutto.
    >>>>

    E’ così, ma tanto agli uomini puoi pure tentare di spiegarglielo in aramaico antico, che non se ne caverà ugualmente un ragno dal buco.
    E’ più facile che certi discorsi li comprendano degli ipotetici alieni, provenienti da qualche lontana galassia, piuttosto che i maschi della maledetta specie umana. (*)

    ———————–

    (*) Una specie che, per come la vedo io, non sarebbe mai dovuta esistere.
    Del resto, come già sai, io mi auguro che altrove, a milioni o miliardi di anni luce, esista una forma di vita decisamente più evoluta della nostra.
    Anche se da chimico agnostico quale sono, ne dubito fortissimamente.

    • ericlauder ha detto:

      La maggior parte degli uomini lo comprende benissimo, ma si vergogna ad ammetterlo perché sarebbe come suggerire che è lui che non ci sa fare.

      La cosa più buffa sai qual’è? E’ che INEVITABILMENTE quelli che lo ammettono senza problemi sono SEMPRE quelli che hanno avuto un pochino di avventure di una notte, diciamo almeno 5, proprio nel senso di rimorchiare una e portarsela a letto la sera stessa: diventa evidentissimo, infatti c’è una che manco conosci (e quindi non sai cosa preferisce), devi necessariamente usare il preservativo e non puoi fare sesso orale (che porta malattie)…eppure lei raggiunge l’orgasmo con grande facilità. Se capita una o due volte nella vita uno può sempre avere i dubbi, ma se capita almeno 5 volte li perde: non è che uno è Dio con 5 o più donne differenti beccate al volo, poi con una o più è Dio all’inizio della relazione, ma poi, quando la relazione diventa di più lunga durata, e SENZA le limitazioni di cui sopra, lui “non ci sa più fare”. Diventa palese che il problema è la sessualità femminile, che è meno incline al sesso e che tale minore inclinazione era compensata dalla novità.

      • Sandro D. ha detto:

        >>>>
        La maggior parte degli uomini lo comprende benissimo,
        >>>>

        Una ristretta minoranza lo comprende veramente, non certamente la grande maggioranza, che è soventemente “cieca” e “sorda”.

      • ericlauder ha detto:

        Non credo, dentro di loro la maggior parte degli uomini o sanno.
        Tanto che per far uscire la cosa credo basterebbe che non ci fossero cretini che si sentono in dovere di raccontare balle per millantare che loro sono grandi amatori. Risulta un po’ difficile perché le cose che dicono sono non sono plausibili ma anche mezze verità: magari uno ha avuto relazioni sessuali con una dozzina di donne, delle quali una o due molto più vogliose della media, e fa finta che siano state tutte e 12 come quelle una o due. Infatti se ci fai caso dicono “una mia ex” o “una mia ex, e un’altra mia ex”: però se gli rispondi “hai solo quelle due lì di ex? Le altre invece com’erano?” vedi che vanno in difficoltà.

      • Sandro D. ha detto:

        Sì, conosco bene quelle dinamiche (cretini compresi), ma resta il fatto che in merito ai rapporti tra i due sessi, la stragrande maggioranza degli uomini non possiede una reale consapevolezza di tutto ciò.
        Viceversa, non saremmo qui a parlarne.

      • ericlauder ha detto:

        Io infatti intendevo solo avere consapevolezza, o almeno forte sospetto, che le donne in generale siano molto meno interessate al sesso degli uomini. E’ una cosa che uno dovrebbe arrivare a intuire già sui 14-15 anni, poi se ci mette 2-3 anni in più a capirlo va bene lo stesso, ma mi sembra assolutamente impossibile che uomini, gente sopra i 30, sopra i 40 e persino sopra i 50 anni, non lo sappiano. E’ proprio impossibile.

      • Sandro D. ha detto:

        Molti uomini attribuiscono il minor interessa femminile al sesso a fattori meramente culturali, educativi, psicologici.
        L’ipotesi che in quel minor interessa c’entri soprattutto Madre Natura non li sfiora neppure.
        Basti citare tutti quegli italiani convinti che in altri Paesi le femmine siano molto più facili delle italiane e prendano anche l’iniziativa con degli sconosciuti.
        Ero un ragazzino quando quando ascoltavo i discorsi di uomini adulti relativi alla “enorme” disponibilità sessuale di svedesi e tedesche.
        Per non parlare di tutti quelli convinti che le femmine siano molto più vogliose degli uomini.

      • ericlauder ha detto:

        In realtà li fattori culturali ed educativi, e l’intelligenza superiore, rendono la femmina umana PIU’ vogliosa, non meno.

        E questo spiega anche perché all’aumentare dell’influenza femminile nelle società, ovvero ad una femminilizzazione della cultura, segue inevitabilmente un calo dei rapporti sessuali.

        In natura tutti gli esseri viventi sessuati hanno voglia di fare sesso soprattutto – e in certi casi quasi esclusivamente – quando sono fertili.
        Quanti giorni al mese è fertile un uomo?
        E una donna, invece?

      • Sandro D. ha detto:

        C’è un errore di battitura.

        >>>>
        il minor interesse…
        >>>>

      • Sandro D. ha detto:

        Già il fatto che il maschio della specie umana possieda un cromosoma X e un Y, a differenza della femmina che possiede due cromosomi X, la dice lunga.
        A questo aggiungiamo i livelli di testosterone – ovvero l’ormone maschile per eccellenza – decisamente superiori nei maschi e il cerchio si chiude.
        Il testosterone è un composto chimico antico, presente in forma pressoché identica in tutti i vertebrati.

        La sua concentrazione determina l’aggressività in modo così preciso che, negli uccelli con scambio di ruoli sessuali come i falaropi o nei clan a dominanza femminile delle iene, è la femmina ad avere livelli ematici di testosterone più alti.
        Il testosterone mascolinizza l’organismo (in sua assenza il corpo resta di tipo femminile, quali che siano i geni dell’individuo) e mascolinizza anche il cervello.

        Tra gli uccelli, in genere canta solo il maschio.
        Un diamante mandarino che non ha nel sangue un livello sufficiente di testosterone non canta.
        In presenza dell’ormone, la parte del cervello preposta alla produzione del canto cresce e l’uccello comincia a cantare.
        Anche una femmina di diamante mandarino può cantare, purché sia stata esposta al testosterone in una fase precoce della vita e poi da adulta.

        In altre parole, il testosterone prepara il cervello del nidiaceo a reagire di nuovo, più avanti nella vita, al testosterone e quindi a sviluppare la tendenza al canto.
        Se si può parlare di mente per un diamante mandarino, l’ormone è una sostanza che ne altera la mente.
        Lo stesso vale per gli esseri umani.

        In questo caso le testimonianze provengono da una serie di esperimenti, in parte naturali e in parte no.
        La natura ha dotato alcuni soggetti maschili e femminili di dosi alterate di ormoni e negli anni Cinquanta i medici hanno fatto lo stesso iniettando certi tipi di ormoni in alcune pazienti gravide.

        Le donne affette dalla sindrome di Turner nascono senza ovaie e quindi hanno meno testosterone nel sangue di quelle che le hanno (le ovaie producono un po’ di testosterone, sebbene non quanto i testicoli).
        Queste donne sono esageratamente femminili nei loro comportamenti, di solito hanno uno spiccato interesse verso i bambini, i vestiti, i lavori domestici e le storie d’amore.

        Gli uomini che da adulti hanno nel sangue meno testosterone rispetto alla norma, gli eunuchi per esempio, si riconoscono per l’aspetto e l’atteggiamento femminile.
        Gli uomini che durante lo stato embrionale sono stati esposti a un livello di testosterone inferiore alla norma, per esempio i figli di diabetiche che durante la gravidanza hanno dovuto assumere ormoni femminili, sono timidi, poco energici ed effeminati.

        Gli uomini con troppo testosterone sono bellicosi.
        Le figlie di donne che negli anni Cinquanta sono state trattate con iniezioni di progesterone (per prevenire un aborto spontaneo) dicono di essere state “maschiacci” da bambine; il progesterone non ha effetti diversi dal testosterone.

        Anche le femmine affette da iperplasia surrenale congenita o sindrome adrenogenitale, sono dei maschiacci: le loro ghiandole surrenali, poste vicino ai reni, anziché produrre cortisolo, come dovrebbero, producono un ormone ad azione simile a quella del testosterone.

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