L’enigma del bene

…da dove viene il bene?


Non solo i filosofi e i teologi, ma milioni di persone “comuni” – come si usa dire – da sempre si chiedono da dove venga il male e ne cercano l’origine. Fin qui non ne siamo venuti a capo.
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Alcune tradizioni religiose hanno concepito il mondo come un luogo di lotta tra il bene e il male, incarnati da divinità o entità trascendenti (es. Arimane vs Ormus, Osiride vs Seth). Altre hanno attribuito ad uno o più déi un carattere ambivalente (es. Shiva), altre, come il Cristianesimo, si dibattono da millenni nella contraddizione tra un Dio buono-amorevole e il male presente nel mondo.
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Occupandoci del male diamo per scontata l’esistenza del bene. Invece è questo l’enigma: da dove viene il bene? Com’è possibile che esista?
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Come mai nel mondo esistono anche lealtà, sincerità, fedeltà, cavalleria, dono, sacrificio, coerenza, rispetto, misericordia, pietà, riconoscenza, gratitudine? Da dove vengono?
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Sì, l’interrogativo va rovesciato. Che esista il Male è ovvio, resta da spiegare come mai dalle particelle del Big Bang sia potuto emergere qualcosa che, forse a ragion veduta, porta il titolo di Bene.

9 Responses to L’enigma del bene

  1. Marco Pensante ha detto:

    Sono convinto che il Bene sia Bene perché gli umani lo riconoscono. Prendiamo la nascita di un figlio. Più o meno siamo tutti d’accordo che si tratti di una cosa “bella”, una cosa “buona”. Molte DD prendono la cosa come attributo divino, vagheggiando se stesse come creature superiori in quanto “donano”, o “creano”, la vita. Ma se da questo bel sogno togliamo l’emozione e il pensiero umano (sia delle DD che degli UU), che sono gli unici determinanti del poter definire bella e buona la nascita di un figlio, cosa abbiamo? Un animale che riproduce la specie, semplicemente. Riteniamo forse divina la femmina del cane perché “dona la vita” a un altro cane? E allora, perché la nascita di un umano dovrebbe essere fonte di “bene”? Perché noi lo riconosciamo e vi attribuiamo tale qualità. Esiste il Bene in una foresta, se non ci sono umani a vederlo?

  2. RDV ha detto:

    Condivido.
    Quanto agli extraterrestri, ragionandoci sopra mi sono chiesto:
    “Ma se sono così intelligenti come si dice, come mai non ci hanno contattati?”
    “Perché sono intelligenti…”
    Mi è parsa questa la sola risposta intelligente…

    • Sandro ha detto:

      Già…
      Tra l’altro questa domanda se la fece anche il grande Enrico Fermi…
      https://www.ibs.it/se-universo-brulica-di-alieni-libro-stephen-webb/e/9788851802776
      >>>>>>>>>
      Descrizione
      Un potente e inconsueto esercizio intellettuale per gli amanti della scienza e del pensiero speculativo. Un divertimento a tutto campo, per non farvi trovare impreparati, qualunque sia la vostra soluzione preferita al problema!

      Se ci sono 400 miliardi di stelle nella sola Via Lattea, e forse 400 miliardi di galassie nell’Universo, è ragionevole pensare che là fuori – 14 miliardi di anni dopo il Big Bang – esistano o siano esistite altre civiltà, avanzate almeno quanto la nostra. È l’enormità dei numeri a pretenderlo. Ma allora perché non abbiamo mai incontrato, se non specie aliene in carne e ossa, almeno qualche loro messaggio, artefatto o traccia? «Dove sono tutti quanti?»: è questa la domanda che il premio Nobel Enrico Fermi pose, per svago, ad altri fisici suoi colleghi, in una bella giornata estiva del 1950. E questo suo paradosso ancora aspetta soluzione. Gli extraterrestri sono già qui, ma non ce ne siamo accorti; oppure ci mandano messaggi, ma non li sentiamo; o invece non esistono affatto. Scienziati, filosofi, storici (ma anche i più creativi autori di fantascienza) hanno avanzato le ipotesi più varie, dai più vari punti di vista di ogni branca della scienza. Stephen Webb – fisico teorico e appassionato collezionista di possibili risposte al paradosso – presenta nel dettaglio le 75 soluzioni più stringenti e interessanti, regalandoci una seconda edizione del suo libro, aggiornata e generosamente ampliata con 25 nuovi capitoli.
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      Riguardo all’affascinante questione della vita aliena c’è stato qualche esperto che ha provato a calcolare quante probabilità ci sono che esistano delle civiltà extraterrestri, anche se, ovviamente, tali calcoli non possono avere alcun valore scientifico.
      Si tratta solo di un gioco intellettuale.

      Numero di stelle nella nostra Galassia.
      Ottimista 300 miliardi; pessimista 100 miliardi.

      Numero di sistemi solari simili al nostro.
      Ottimista 1,7% di 300 miliardi = 5 miliardi circa; pessimista 0,1% di 100 miliardi = 100 milioni.

      Numero di sistemi solari simili al nostro con un pianeta in posizione giusta.
      Ottimista 20% di 5 miliardi = 1 miliardo; pessimista 10% di 100 milioni = 10 milioni.

      Numero di pianeti adatti alla vita su cui può essersi sviluppata una forma di tipo batterico.
      Ottimista 100% di 1 miliardo = 1 miliardo; moderato 50% di 10 milioni = 5 milioni; pessimista 0,01% di 10 milioni = 1000.

      Numero di pianeti sui quali da forme di vita di tipo batterico avrebbero potuto svilupparsi forme di vita di tipo pluricellulare.
      Ottimista 70% di 1 miliardo = 700 milioni; moderato 20% di 5 milioni = 1 milione; pessimista 5% di 1000 = 50.

      Numero di pianeti sui quali, partendo da forme intelligenti, avrebbe potuto svilupparsi una civiltà tecnologica.
      Ottimista 100% di 600 milioni = 600 milioni; moderato 100% di 250.000 = 250.000; pessimista 5% di 1 = 0,05.

      Numero di pianeti della Galassia sui quali potrebbe esistere oggi una civiltà tecnologica.
      Ottimista 0,1% di 600 milioni = 600.000; moderato 0,02% di 250.000 = 50; pessimista 0,0002% di 0,05 = 0,0000001.

      Fin qui il calcolo riferito alla nostra sola Galassia. Ma si calcola che nell’Universo le galassie siano circa 100 miliardi. Moltiplicando quindi per 100 miliardi i dati precedenti si ottiene:

      Numero di civiltà tecnologiche oggi nell’Universo.
      Ottimista 60 milioni di miliardi; moderato 5000 miliardi; pessimista 10.000.

      Naturalmente, ripeto, si tratta di un semplice gioco intellettuale, che non vuole dimostrare niente.
      Anche perché ci sono da considerare molti altri fattori che possono rendere il calcolo molto più pessimistico.
      Bisognerebbe tenere conto infatti anche di elementi apparentemente marginali, ma che molto probabilmente sono stati determinanti per l’evoluzione della vita sulla Terra.
      Come il ruolo della Luna, che influisce sull’inclinazione dell’asse terrestre e sulla durata delle giornate

      • Sandro ha detto:

        Aggiungo che lo studio dei pianeti del Sistema solare ha fatto capire agli esperti in materia che occorre una particolare combinazione di vari fattori, perché si possano creare le condizioni giuste per la nascita della vita. Il successo della vita sulla Terra non è casuale: è dovuto proprio a una combinazione vincente, al fatto di possedere certi requisiti.
        Quali?
        Ebbene, per poter disporre di acqua allo stato liquido, di una temperatura giusta, di un’atmosfera adatta, un pianeta deve:
        1- Non essere troppo vicino al suo sole, ma neppure troppo distante (per non finire arrostito o gelato).
        2- Avere un’orbita quasi circolare, in modo che non ci siano sbalzi troppo grandi di temperatura tra una stagione e l’altra.
        3- Avere un periodo di rotazione non troppo lento.
        4- Essere di una dimensione ottimale: né troppo piccolo (altrimenti non trattiene l’atmosfera necessaria), né troppo grande (altrimenti l’atmosfera diventa eccessivamente spessa).
        5- Ruotare intorno a una stella di massa simile a quella del Sole.
        Infatti solo stelle di questo tipo vivono abbastanza a lungo (miliardi di anni) per dare il tempo alla vita non solo di nascere, ma anche di evolversi.
        Sono queste alcune delle condizioni necessarie perché un pianeta sia dotato delle caratteristiche (atmosfera, temperatura, acqua) adatte al “montaggio” della chimica organica.
        E qui si arriva a un punto molto interessante.
        Se si guardano i vari requisiti sopra elencati, ci si accorge che il “modello vincente”, in definitiva, è proprio quello terrestre.
        Più ci si allontana dal modello terrestre, meno è probabile che concorrano le condizioni necessarie alla nascita e allo sviluppo della vita.
        In altre parole, i pianeti che hanno più probabilità di ospitare la vita sono quelli che assomigliano di più alla Terra.
        Questo non significa ovviamente che la vita non possa nascere o prosperare anche in situazioni diverse, magari molto diverse. Ma tra le tante “combinazioni” di fattori che si possono avere nei vari pianeti quelle simili alla “combinazione terrestre” hanno maggiori probabilità di successo.
        Le eventuali forme viventi di questi ipotetici pianeti potrebbero presentare una qualche somiglianza con quelle della Terra? Non è da escludere.
        Per l’uomo, come per gli animali, l’aspetto fisico non è casuale.
        Lo sviluppo tecnologico per esempio, presuppone la capacità di manipolare oggetti e quindi sia la stazione eretta che i pollici delle mani.
        L’intelligenza, per quanto se ne sa, ha bisogno di una centralina (cioè di un cervello) di certe dimensioni.
        Quindi la testa non può essere troppo piccola.
        Nella testa infatti si trovano concentrati tutti i sistemi di informazione: vista, udito, olfatto, gusto.
        Ciò non vuol dire, naturalmente, che in un pianeta simile alla Terra ci siano necessariamente uomini e donne simili a noi, ma semplicemente che è molto improbabile che esseri intelligenti siano simili a vermi o a ostriche.

        ———————–

        P.S. Rino, ho un precedente commento in attesa di moderazione.

      • RDV ha detto:

        Ho potuto osservare che tutti i calcoli e le ipotesi sull’esistenza di civiltà tecnicamente avanzate ignorano sempre le condizioni psicologiche e sociali che possono condurre allo sviluppo di scienza e tecnologie pari o superiori alla nostra.

      • Sandro ha detto:

        Sì, è vero.

      • Sandro ha detto:

        C’è un altro particolare da evidenziare.
        Nei film di fantascienza gli uomini di domani, pur vivendo fra le stelle, hanno la nostra stessa struttura fisica, si muovono nelle navi spaziali con i piedi ben poggiati sul pavimento e la loro vita quotidiana non appare molto diversa da quella dei loro “avi”, ovvero noi terrestri del ventunesimo secolo.
        Ma l’uomo cosmico sarà proprio così?
        Secondo il professor Gaetano Rotondo, esperto di medicina aerospaziale, i nostri nipoti non avranno vita facile tra le stelle: il loro fisico cambierà e dovranno imparare a svolgere le azioni quotidiane in assenza di gravità. Subendo quindi un adattamento talmente drastico che renderà difficile l’esistenza una volta tornati sulla Terra.
        “Le missioni finora compiute”, spiega Rotondo, “hanno dimostrato che nelle lunghe permanenze in orbita si verificano cambiamenti fisiologici e psicologici, che porteranno a una trasformazione fondamentale dell’uomo: una nuova subspecie dell’Homo sapiens sapiens, l’Homo sapiens cosmicus”.
        “Ovviamente”, precisa Rotondo, “si tratta di modificazioni al momento solo ipotizzabili e basate realisticamente sui risultati delle missioni spaziali finora effettuate. Modificazioni che si attuerebbero comunque nei secoli, attraverso numerose generazioni e secondo le leggi naturali che hanno regolato, lentissimamente, l’evoluzione terrestre dell’uomo”.
        Il problema principale che l’uomo cosmico si troverà ad affrontare è la mancanza di gravità.
        Questa forza, infatti, condiziona tutta la nostra esistenza: da essa dipendono lo sviluppo dei muscoli e apparati, il senso dell’equilibrio, la circolazione del sangue.
        “La prima e più evidente modificazione”, continua Rotondo, “si avrà nella distribuzione dei liquidi corporei. Circa due litri di sangue migreranno dalle gambe verso il torace e il volto. Quindi il viso sarà più arrotondato e le palpebre tenderanno a gonfiarsi, dando così un aspetto asiatico al volto. Gli occhi e le narici saranno arrossati e le vene facciali dilatate. Anche il collo, le braccia e le mani tenderanno ad aumentare di dimensione, mentre i muscoli delle gambe, non dovendo più vincere la gravità per muoversi, si ipotrofizzeranno, assumendo un po’ l’aspetto di zampe di gallina. Il torace sarà più corto, perché il diaframma salirà, spostando quindi il cuore (che diventerà più piccolo), in una posizione orizzontale. L’addome sarà meno voluminoso, la schiena perderà le curve fisiologiche e aumenterà lo spazio tra le vertebre, facendoci guadagnare un paio di centimetri in altezza. Sparirà la sporgenza dei glutei e questo, unito all’atrofizzazione dei muscoli delle gambe, potrà provocare alle donne problemi psicologici di identità e adattamento, a causa della riduzione delle differenze fisiche con gli uomini. Ma potranno “consolarsi (?)”, rassicura l’esperto, “con la certezza che scompariranno le rughe: i tessuti saranno più turgidi; in particolare, i seni resteranno sempre alti e sodi, non si formeranno più le vene varicose”.
        L’assenza di gravità produrrà anche una decalcificazione delle ossa (la cosiddetta “osteoporosi spaziale”), ma la fragilità ossea verrà compensata dalla presumibile minor frequenza di fratture e lesioni traumatiche per cadute.
        “Nell’arco di due-tre giorni”, precisa Rotondo, “il corpo si adatterà alla nuova situazione cercando di espellere più liquido possibile attraverso le urine. Ci sarà dunque una modificazione della funzione dell’ormone ipofisario che regola la diuresi e, per quanto riguarda la composizione del sangue, si ridurrà la massa di globuli rossi e di emoglobina, dando origine alla cosiddetta anemia spaziale. Un’altra malattia, sempre legata all’eliminazione dei liquidi corporei e del calcio, tenderà ad aumentare nell’uomo cosmico: i calcoli renali. Si verificheranno più tumori della pelle (per la maggiore radiazione esistente nel cosmo) e le infezioni potrebbero essere più severe, perché in assenza di gravità i batteri sono più aggressivi e contemporaneamente il sistema immunitario si deprime”.
        ____________________________________________________

        Riporto la sintesi di una intervista – risalente al 1998 – rilasciata a NEWTON dal professor Donald Johanson, il paleontologo che scoprì Lucy.

        >>>

        E se invece una parte dell’umanità si trasferisse in una stazione spaziale, come si evolverebbe rispetto alla popolazione terrestre?

        “Ammettiamo, per esempio, che mille persone lascino la Terra per abitare nello spazio. Una “predizione” che si può facilmente fare è che dopo un periodo relativamente lungo di isolamento, diciamo 500.000 anni, questi individui o comunque buona parte di queste persone, tenderanno ad assomigliarsi moltissimo gli uni con gli altri. E’ una conseguenza abbastanza logica del fatto che il gruppo genico di partenza è molto ristretto. Ma non è tutto. Si può azzardare anche un’altra ipotesi: dopo un periodo di permanenza così lungo nello spazio è possibile che i geni di un individuo abbiano subìto una serie tale di mutazioni, ricombinazioni e adattamenti all’ambiente da differire profondamente da quelli di una persona rimasta sulla Terra. In questo senso, si può dire che se questo gruppo di astronauti ritornasse sul nostro pianeta, a distanza naturalmente di 500.000 anni, non sarebbe forse più in grado di riprodursi sulla Terra”.

        Perché accadrebbe questo?

        “C’è da tener presente che anche le persone rimaste sul pianeta sono andate incontro, a loro volta, a mutazioni genetiche. I 500.000 anni di isolamento sarebbero, in realtà, quasi un milione, dal punto di vista della diversità genetica”.
        ____________________________________________________

        Terrestri e spaziali:
        due nuovi tipi di umanità

        Per vivere nel cosmo, il corpo umano dovrà adattarsi alla mancanza di gravità, con notevoli modifiche della funzionalità e dell’aspetto di organi e apparati. Ecco come potrebbe essere l’Homo sapiens cosmicus secondo il professor Gaetano Rotondo.

        Faccia: arrotondata, di tipo asiatico
        Occhi: palpebra gonfia e congiuntiva arrossata
        Narici: congestionate
        Fronte e volto: vene dilatate
        Pelle: liscia e turgida su tutto il corpo
        Cervello: più grande e con una maggiore irrorazione sanguigna
        Collo: più lungo e più largo, vene giugulari dilatate
        Torace: corto e largo, con un accentuato turgore dei seni, per le donne, anche in età avanzata
        Cuore: più piccolo e orizzontale
        Colonna vertebrale: rettilinea, aumenta lo spazio intervertebrale e scompaiono le curve, aumenta la statura di circa due centimetri
        Braccia e mani: vene dilatate
        Diaframma: sollevato
        Addome: meno voluminoso; si riducono i fianchi e le masse glutee
        Gambe: sottili, ipotrofia muscolare e minor irrorazione ematica
        Apparato scheletrico: leggera decalcificazione
        Sangue: diminuzione della massa dei globuli rossi

  3. Sandro ha detto:

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    Sì, l’interrogativo va rovesciato. Che esista il Male è ovvio, resta da spiegare come mai dalle particelle del Big Bang sia potuto emergere qualcosa che, forse a ragion veduta, porta il titolo di Bene.
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    Me lo chiedo anch’io da una vita, ma so che non avrò mai una risposta, così come non l’avrò riguardo all’esistenza o meno di vita intelligente extraterreste, argomento che già mi affascinava da ragazzino.
    E riguardo alla violenza umana non c’è dubbio che l’interrogativo vada rovesciato, chiedendosi non perché si faccia violenza, ma perché si eviti di farla.
    La morale, dopotutto, non ha fatto il suo ingresso nell’universo con il Big Bang per poi permearlo come una radiazione di fondo.
    E’ stata scoperta dai nostri antenati quando il processo moralmente indifferente noto come “selezione naturale” aveva già miliardi di anni.

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