Il libro nero. Degli altri.

05/11/2019

Homo sapiens

Figlio di Dio o di Satana?

Si sa, ciascuno vede la pagliuzza (e la trave) nell’occhio altrui. Il tronco nel proprio occhio, non lo vede.

Sono stati scritti tomi sui delitti degli altri.

Il libro nero del Comunismo (scritto da filocapitalisti) quello dell’Islam (scritto da un cristiano) quello del Cristianesimo (scritto da un ateo) quello del Capitalismo (scritto da marxisti).

Il libro nero del nazifascismo, in effetti, risulterebbe superfluo. Ha il posto che gli compete nel Libro nero dell’Umanità.

Ciascuno è andato a vedere i crimini degli altri, per nascondere, limitare, giustificare i propri.

Ma di chi è figlia questa specie?

 

 


La protezione dei carnefici

17/10/2019

Il corpo violabile

In ogni organismo, istituzione e sistema si trovano e agiscono minoranze di delinquenti, di sadici e di torturatori. In tutte le epoche e in tutti i regimi e tanto più quanto quella istituzione sia chiusa e inaccessibile.

Ogni organizzazione tende in ogni modo a coprire e a proteggere le sue pecore nere (per spirito di corpo, autotutela, omertà reciproca, difesa del prestigio) ciò sino a quando il bubbone diventa pubblico. Allora – ed anche qui non sempre – si prendono le distanze, ci si fa paladini della pulizia contro le mele marce, avanzando talvolta richieste di punizioni esemplari. Un lavacro. Questa la dinamica interna alle corporazioni. Ubiquitaria e universale.

All’esterno invece – nella società – nessuno giustifica malversatori, truffatori, picchiatori, pedofili, stupratori, torturatori e assassini, se e quando le malefatte, finalmente, emergono alla cronaca. Nessun reo viene giustificato; anzi, quasi sempre una buona fetta dei media, politici e opinione pubblica condannano a priori sulla semplice accusa.

Chiesa

La Chiesa ha coperto e protetto per decenni gli abusi dei suoi preti, come provano non solo le testimonianze delle vittime ma le stesse dichiarazioni del Papa. Scoppiata finalmente la pustola, non vi è stato giornale, uomo politico, organizzazione o movimento che si siano schierati a favore degli accusati e dei rei. Indignazione universale e invocazione di pene severe. Di giustizia.

Scuola

Ogni poche settimane – da anni – emergono prove filmate di abusi e di maltrattamenti su alunni/atleti da parte di insegnanti e di allenatori. Anche qui, nessuna difesa, nessuna giustificazione per gli accusati-rei. Da parte di nessuno. Nessun ministro del Miur o dello Sport ne ha mai preso le difese. Si chiede giustizia.

Case di cura

Con frequenza impressionante – da anni e sempre più – salgono alla cronaca fatti criminosi nelle case di cura/riposo, dove singoli o gruppi di operatori insultano, minacciano, picchiano e seviziano gli ospiti. Ancora una volta nessuno si azzarda a difendere i colpevoli. Nessuno. Nessun ministro, nessun assessore alla Salute è mai intervenuto a difesa degli accusati. Si invoca giustizia.

Polizia

Ogni anno vengono scoperti tra le forze dell’ordine singoli, o piccoli gruppi di uomini passati – diciamo così – dall’altra parte, dediti a truffe, estorsioni, traffici vari e talvolta a furti e rapine. Nessuno li difende. Non si è mai sentito un ministro dell’Interno dire una parola giustificatrice. Mai. Si esige giustizia contro chi infanga la divisa.

Una sola eccezione

Nessun accusato-condannato per reati contro le persone, se compiuto da uomini di Chiesa, da insegnanti, da sanitari, da trainer trova paladini, difensori pubblici e giustificazioni da parte di chicchessia. Nessuno. Neppure gli agenti incriminati per reati contro le cose (truffe, estorsioni, traffici vari…) ne trovano alcuno.

Ma quando vengono accusati di reati contro le persone, immediatamente  media e  politici (di Destra) (°) si fanno avanti a difenderli. Sistematicamente e senza eccezioni. In modo aperto “La polizia deve poter fare il suo mestiere” o subdolo “Sono stati colpiti dei padri di famiglia”(1), come se (non solo gli stessi torturati…!) ma anche quei sanitari, operatori, allenatori, insegnanti che sono rei di lesioni e sevizie …non lo fossero a loro volta. Nessun ministro lo ha mai notato.

Uomini in divisa hanno colpito delle persone? Pronta e immediata scatta la protezione politica agli autori, dimenticandosi che in quel modo hannno davvero infangato la divisa e l’operato dei colleghi onesti e civili.

Quegli agenti dell’ordine pubblico che colpiscono le persone sono i soli – ovunque nel  mondo – a trovare immediata difesa e protezione: mai quando colpiscono il patrimonio (pubblico o privato) ma sempre quando feriscono la dignità, l’onore e il corpo dei cittadini. Mai se pescati con le mani nel sacco, sempre quando picchiano e bastonano (o, come negli USA, semplicemente e banalmente … sparano (2)). Qui non si esige più “giustizia”…

I beni, il patrimonio, le cose – dunque – sono intangibili, sono sacre. Le persone invece sono profanabili. Torturabili, assassinabili. Le pecore nere, i sadici e i carnefici lo sanno. Sanno di avere degli amici, là fuori.

Universo concentrazionario

Quasi 10 milioni di uomini sono reclusi nelle carceri del pianeta (3). La loro dignità e il loro corpo sono a disposizione di chiunque abbia istinti e voglie da carnefice e da omicida. Cosa accadrà nelle galere del mondo? Quanti sono coloro che – in questo istante – urlano sotto le più aberranti torture? Chi li difende?

Se umiliazioni e pestaggi e sevizie nelle carceri ben raramente emergono negli stessi paesi liberaldemocratici dove esistono libertà di parola, stampa e associazione (creando così qualche “rogna” agli autori) cosa accadrà in quei luoghi dove la censura è totale? Dove i rei sanno che non avranno neanche la più piccola “rogna”?

Se il sadismo umano si manifesta negli oratori, nelle scuole, negli spogliatoi pur nella certezza che non ci saranno giustificazioni e sotto la minaccia della condanna penale, cosa accadrà in quella istituzione dove si è certi dell’appoggio politico-mediatico, dove la condanna è improbabile e una vasta solidarietà sociale scontata?

Peggio: cosa accadrà dove questi fatti non appariranno mai sui media perché la libertà di stampa non esiste?

Se già le sanzioni della Legge non sono sufficienti a farci rigare diritto tutti quanti e sempre, cosa accadrà laddove l’impunità è probabile? E cosa poi dove è certa?

Benvenuti all’inferno.


° – Nei paesi liberaldemocratici la Sinistra è più o meno garantista, tanto che viene accusata da Destra di “difendere i delinquenti”.  Nei paesi comunisti invece, senza libertà di stampa, il cittadino (privo di valore individuale) era ovviamente senza alcuna difesa (“diritti formali borghesi”) contro qualsiasi abuso, come auspicato e praticato dalla Destra e in tutti i paesi dittatoriali-totalitari di ogni tempo. / 1- Dichiarazioni dell’ex Ministro degli Interni M. Salvini / 2- Negli USA vengono assassinati per strada dagli agenti circa 1000 cittadini ogni anno.  Ieri (17/10/19) una donna è stata assassinata mentre guardava dalla finestra di casa. / 3- Marzio Barbagli ne calcola 8.600.000. La cifra è quasi certamente errata per difetto come egli stesso ipotizza. Si oscilla tra i 9 e i 10 mln. Uno su quattro negli USA (ca. 2.200.000)

 


I popoli restano

14/10/2019

…gli imperi passano, i califfati passano,

i regni passano, le repubbliche passano…

 I popoli restano

 

Latenti da tempo, in questa stagione storica fioriscono nel mondo e soprattutto in Europa movimenti e partiti che mirano all’indipendenza. In questi giorni i curdi, che vi aspirano da 100 anni, vengono assaltati dalla Turchia, gli indipendendisti catalani vengono condannati a pene severe, il capo della Cina promette di “rompere le ossa e fare a pezzi” i separatisti (tibetani e uiguri e…). In Italia i sudtirolesi cancellano da un documento ufficiale la locuzione “Alto Adige”, dopo che l’Austria ha promesso loro il doppio passaporto, mentre si incontrano a Cosenza tutti i movimenti meridionalisti autonomisti/separatisti. Nel frattempo matura la Brexit che prefigura, all’orizzonte, la secessione della Scozia. In Polonia i c.d. “sovranisti” riconquistano la maggioranza assoluta.

Popoli delle periferie che aspirano a liberarsi del dominio di un potere sentito come estraneo, straniero e nemico. E tentano di farlo in svariati modi, con diverse forme, con variabili conseguenze.  Periferie degli imperi esterni, di quelli interni (gli stati-nazione) e dei semi-imperi (come la UE).

L’indipendenza scalda i cuori perché prefigura e delinea una condizione di adultità, di maturità, di autogoverno integrale di un popolo. L’entrata in prima persona e a pieno titolo nel teatro del mondo e nella Storia (con la maiuscola, appunto).

Ora, non ha importanza il nostro giudizio sulla liceità, la legittimità, la giustificabilità di quelle aspirazioni e di quei tentativi. Il nostro like-dislike non ha la minima importanza (qui, come altrove).

Sull’autolesionismo di quasi tutti quei tentativi ho già messo giù un articolo piuttosto contundente. Si tratta ora di vedere se, qualora ottenuta, la sognata indipendenza sia davvero la condizione di sopravvivenza di un popolo o non piuttosto, un inganno, un idolo vano, una condizione apparente, quasi onirica.

Quanto al presente, solo una domanda: da cosa, da chi e poi come, in quale misura, sotto quali aspetti oggi un popolo di pochi milioni di persone (o anche di svariate decine) può pensare di essere effettivamente indipendente quando paesi di centinaia di milioni non lo sono? Indipendenti in cosa, in che modo, su quali basi…? La risposta è necessariamente articolata e complessa, ma ha un solo esito: l’indipendenza oggi non può essere che limitata, parziale, settoriale pur ammesso che vi sia (come nel caso di grandi entità politiche). In cosa potrebbe davvero essere indipendente la Catalogna se non lo è – e non può esserlo – neppure la Spagna?

Quanto al passato la lezione è chiara. Sono scomparsi imperi e regni e repubbliche di tutti i tipi, le forme e le categorie. Al loro posto altri imperi, altri regni, altre repubbliche …destinati alla medesima fine.

Quel che è rimasto, superando secoli e millenni, sono i popoli. La loro lingua, le loro tradizioni, la loro religione. Non tutti ce l’hanno fatta, è vero. Ma quel che resta del passato è l’insieme dei popoli, di quelle culture che sono state trasmesse di generazione in generazione. Negli imperi tolleranti come in quelli tirannici, nei regni barbari e in quelli civili, nelle repubbliche libere come in quelle repressive.

Se si vuole salvare ciò che è importante – perché è intrinsecamente duraturo – allora va salvata la cultura di ogni popolo, quella che si chiama “identità”. Non quella dello stato-nazione (creatura recente e destinata a scomparire) ma quella delle genti su cui governano gli imperi interni al pari di quelli esterni. Transeunti.

L’indipendenza essenziale, la sola che conti e che sia realtà e non mito, è quella di un popolo che scavalca i secoli irridendo ai regni, agli imperi e alle repubbliche.

Perché tutto passa.

Solo i popoli restano.


Imperi esterni e …interni

06/10/2019

Imperi e rapporti di forza

…chi ha distrutto Numanzia?

S. Marino non può muovere guerra all’Italia. La sproporzione tra le forze è tale che a nessun sammarinese, ancorché paranoico, è mai passata per la testa simile ipotesi. Ne mai passerà.
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Ma il divario non è sempre così risibilmente evidente. De facto, i rapporti di forza tra gli enti collettivi (imperi, regni, polis, Stati, organizzazioni pubbliche e private, associazioni formali o informali, classi, gruppi di interesse, etnie etc.) si collocano tra una disparità abissale – non questionabile – ed un incerto, imprecisabile equilibrio.
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Al ridursi del divario tra le forze, e ancor più al suo diventare multiforme, multicausale, complesso, e perciò sempre meno precisabile, l’ipotesi di una guerra vincente diventa sempre più credibile e spendibile. In questa vastissima area grigia, al ridursi del distacco, aumenta il numero e la forza politica di coloro che promuovono e propagandano l’apertura del conflitto. I promotori della lotta.
Quando la sproporzione, anziché puerilmente ovvia, offre vaghi elementi di dubbio, si apre la strada all’idea dello scontro aperto ed entrano in azione i Velleitari, quelli che dei rapporti di forza non tengono alcun conto.
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L’ipotesi del conflitto esige che preesista un sostrato sociale, anche debole e limitato, sul quale possa attecchire la proposta e da lì diffondersi sino a conquistare se non tutta la compagine sociale, almeno quelle forze che la dirigono e ne decidono i destini. Ci vuole insomma il terreno adatto che è costituito – generalmente – dalla presenza di un’area, più o meno vasta, di malcontento spontaneo. Che sia giustificato, motivato, legittimo o meno non ha importanza. Se c’è c’è. Ove il malumore manchi, la strada per i promotori è più ripida perché, anziché limitarsi ad approfondirlo ed estenderlo, lo devono creare ex nihilo. Compito impegnativo ma non proibitivo. Si tratta di far ‘prendere coscienza’ almeno ad una frazione sociale, dei torti, danni, limitazioni – veri o immaginari, gravi o frivoli – che essa patisce a causa di un dato ente collettivo: il nemico.
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Talvolta quello è ben noto e identificato come tale dall’intera compagine sociale, talaltra solo da una sua frazione. I popoli conquistati militarmente lo individuano immediatamente e il puro fatto dell’occupazione è già in sé motivo di malcontento generalizzato se il conquistatore è diverso quanto a lingua, etnia, costumi, tradizione, religione (es. i palestinesi vs Israele). Se invece vi è affinità o omogeneità identitaria, non tutta la popolazione avrà lo stesso sentimento verso il conquistatore (es. Risorgimento e “brigantaggio”). Lo stesso dicasi in assenza di conquista militare diretta, quando il predominio viene esercitato indirettamente e/o in forma blanda, parziale, episodica, settoriale. Similmente quando quella comunità abbia aderito – più o meno volontariamente – ad una formazione politica esterna o sovraordinata (federazioni, unioni: es. plebisciti per il Norditalia, nascita degli USA, della Svizzera, della UE, dell’ONU etc.).
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Gli esempi storici sono infiniti, perché infiniti sono stati i popoli sottomessi agli imperi, da quello Sargon a quello di Trump, giacché la storia è, per lo più, storia di Imperi e solo secondariamente storia di Polis e di Stati-nazione i quali però, quasi ovunque, non sono altro che Imperi interni (come vedremo).
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I propagandisti
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I promotori (della guerra conclamata) seguono la ricetta universale di tutte le propagande di guerra, calibrandone gli ingredienti a seconda delle contingenze.
a) Descrivono la situazione presente come estremamente negativa sotto ogni aspetto e in via di peggioramento, assegnandone la causa all’ente-obiettivo (lo Stato invasore, l’altra religione, il comunismo, il capitalismo, le Plutocrazie Occidentali, il centro politico: Madrid, Parigi, Roma…).
b) Celebrano i tempi che precedettero l’apparizione del nemico, enfatizzandone gli aspetti positivi (l’età dell’oro) tacendo su quelli negativi.
c) Prefigurano un futuro sicuramente migliore, finanche meraviglioso, di pace, libertà e benessere per tutti (o almeno per una parte cospicua della compagine sociale).
d) Garantiscono che la vittoria è certa e inevitabile, rifiutandosi anche solo di ipotizzare la sconfitta ed evitando di descrivere le conseguenze sia certe che probabili in caso di soccombenza. Tanto più esorcizzandole quando si sospetta che, in caso di sconfitta, sarebbero devastanti. La sconfitta è un tabù.
e) Demoliscono le obiezioni, la contropropaganda, liquidando gli avversari interni come ‘pacifisti’, vili colombe che nascondono la loro codardia dietro altisonanti valori evangelici e i Realisti – quelli che tengono conto dei rapporti di forza – accusandoli di pusillanimità, di disprezzo del popolo, di intelligenza con il nemico, di asservimento, di tradimento.
f) Esaltano la propria forza politico-militare e sminuiscono quella del nemico. Elencano gli alleati già acquisiti e quelli che “naturalmente” verranno.
g) Alimentano se c’è o suscitano se non c’è, l’odio contro il nemico e chi lo incarna, descritto in termini deteriori sotto ogni aspetto (fisico-morale-intellettuale). Un agente del male che agisce in malafede per sé o come esecutore di un piano criminale. Il male.
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Il nemico è odioso, opprime e rapina, la situazione insostenibile, il futuro roseo, il conflitto epocale, la vittoria certa. La sconfitta con le sue conseguenze (inclusa l’eventuale cancellazione della comunità) non è contemplata. I rapporti di forza sono negletti, i Realisti moralmente liquidati e silenziati. La guerra ha inizio.
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Questa è la dinamica essenziale delle guerre tra forze equiparabili come anche di tutti i moti di ribellione e di secessione operati da entità collettive dotate di forze smaccatamente inferiori. Mi occupo ora di queste rivolte/secessioni chimeriche contro gli imperi i quali sono di due tipi, esterni-eterogenei e interni-omogenei.
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Imperi esterni e Imperi interni
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Esterni sono gli Imperi per antonomasia, in senso classico, nei quali un centro di potenza estende il suo dominio su aree più o meno vaste, sottomettendo, con modalità variabili, popoli diversi per etnia, lingua, tradizione, religione (c.d. identità). Vasti dominii culturalmente eterogenei.
Interni sono quelli dove una potenza centrale domina su un corpo sociale la cui maggioranza è sostanzialmente omogenea quanto ai caratteri identitari: gli Stati-nazione. Imperi interni-omogenei, certo, ma entro certi limiti, giacché quasi sempre ricomprendono nei loro confini minoranze (anche cospicue) di gruppi dotati di identità differenziate, anche in modo profondo (es. baschi in Spagna) e financo radicale (i nativi negli stati delle Americhe).
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Gli esempi di imperi esterni-eterogenei sono senza numero. Da Sargon a Nabucodonosor, da Dario a Alessandro Magno, da Cartagine a Roma, da Costantinopoli al Califfato, da Gengis Khan a Tamerlano, dai Moghul ai Chin, dagli Incas agli Aztechi, dai Bantu ai Songhai. Vengono poi gli imperi coloniali dell’Europa e quello ottomano e quello zarista. Infine quello sovietico e quello americano. Pochi esempi per richiamarne centinaia. Non ve n’è stato uno che non abbia visto sorgervi rivolte, ribellioni, lotte di liberazione e di indipendenza. Tremende repressioni, inclusa spesso la distruzione totale, sono state la regola. Motivo? Rapporti di forza negletti e irrisi. Tali lotte, con le connesse repressioni, entrano poi nella memoria storico-mitologica fondativa dei subentranti stati-nazione i quali in tal modo occultano la loro repressione egemonica interna, come sotto vedremo.
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Gli imperi interni-omogenei, gli stati-nazione, hanno una storia assai più breve alle spalle e si crede che siano sostanzialmente immuni dai conflitti identitari endogeni, dalle pulsioni alla rivolta e alla secessione. D’altra parte le loro Costituzioni prevedono l’unità e l’indivisibilità dello Stato. Non ci sarebbe bisogno di proclamarlo se non si sospettasse che… prima o poi, nelle regioni periferiche e tra le minoranze, in un lontano futuro, in un diverso contesto, possano sorgere movimenti miranti alla secessione. Sospetto più che legittimo, trattandosi appunto di una diversa forma di imperi.
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Esistono poi forme intermedie, di cui diventa incerta la categoria di appartenenza: impero interno o esterno? La storia della Cina, ad esempio, è un bimillenario susseguirsi di riunificazioni e disgregazioni di una (o più di una) entità che ha/hanno esercitato il dominio su popolazioni eterogenee. Ancor oggi è così. La stessa Jugoslavia, categorizzata come Stato-nazione, può invece venir qualificata come un piccolo impero esterno-eterogeneo a dominanza serba (come prova il fatto che, a tentare di tenerla unita, fu appunto la Serbia).
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Ora, tra gruppi e minoranze identitarie (i popoli subalterni) compresse da un potere imperiale, da una parte, e l’impero stesso, dall’altra, vi è sempre una sproporzione di forze tale da rendere velleitario e autolesionista ogni tentativo di uscita dal sistema stesso. Del primo o del secondo tipo che sia.
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L’impero esterno USA
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Domina oggi una buona parte del mondo l’impero USA, al quale si contrappongono solamente entità potentissime, Cina e Russia. Tra gli altri, la sola India sta acquisendo una potenza economico-militare tale da potervisi opporre in un prossimo futuro. Gli altri possono agire solo entro limiti ristretti. Per quanto siano potenti (Brasile, Indonesia, Pakistan etc.) la loro forza è così inferiore che ogni tentativo di agire, al di fuori dei confini, senza il consenso Usa, risulta temerario. A meno che queste entità si appoggino a Russia o Cina. Con questa scelta anche piccoli stati riescono a tenere l’impero fuori dai loro territori (Iran, Siria, Corea del Nord, Cuba…). Tuttavia a nessuno è concesso di agire contro gli interessi USA consolidati. Fioriscono da decenni, a macchia di leopardo, rivolte indipendentiste anti-USA, quanto alle quali “…si devono laudare più le intenzioni che gli effetti…” direbbe Machiavelli, che producono danni e devastazioni di ogni genere e che perdurano, per lo più, solo in quanto forze esterne contribuiscono alle lotte disperate e vane contro quella potenza. Questi tentativi possono avere carattere militare o anche solo politico-economico (vedi Venezuela) con danni diversi ma sempre prevedibili e previsti dai Realisti inascoltati. Nessuno può promettere la vittoria contro gli Usa né l’assenza di ritorsioni che possono giungere fino alla rovina economica del paese (bombardamenti a parte). Ciononostante predicatori di (pur legittime) riscosse, sempre nascono e sempre conducono le loro comunità a disastri. Giacché ciò che conta non è la legittimità delle ribellioni, ma i rapporti di forza. Questi sono noti e chiari ben prima dell’inizio di ogni azione economica, politica o militare antiamericana, come ne sono certe le nefaste conseguenze. Immancabili (vedi embarghi a Iran e Russia, vedi dazi anti Cina e anti UE di questi giorni).
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Imperi interni del XXI secolo. Cina, Russia, Spagna e …Italia.
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Mentre gli Imperi esterni possono essere intesi come minoranze che dominano su vaste disarticolate maggioranze (la Gran Bretagna con circa 30.000.000 di abitanti dominò su oltre 400, mentre oggi gli USA con 330 milioni dominano su più di mezzo mondo), quelli interni vanno letti come maggioranze che egemonizzano minoranze (1.200.000.000 di Han cinesi dominano su altri 100.000.000 di individui di circa 50 etnie). In Cina il malcontento fermenta in varie minoranze. Alcune (nelle periferie) tentano effettivamente di sottrarsi al potere di Pechino. Il risultato è la repressione violenta come in Tibet o quella meno cruenta ma sempre pesante (preventiva) come nello Xingjiang contro gli Uiguri. Rapporti di forza ignorati, vittorie impossibili che provocano danni certi.
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Ecco altri casi. La Russia attuale è uno stato-nazione, un impero interno-omogeneo. Omogeneità relativa, giacché vi convivono minoranze che subiscono l’egemonia della maggioranza (80% russi su altre 150 etnie). Nel Caucaso (periferie del sud) si sono sviluppati movimenti indipendentisti, uno dei quali – in Cecenia – è sfociato in secessione aperta con le conseguenze previste. Massacri, devastazione e sconfitta. Chi ha distrutto Groznyj? Chi ha ignorato i rapporti di forza. Mosca non c’entra.
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La Spagna ebbe un immenso impero esterno. Oggi è uno stato-nazione dove la maggioranza interna è egemonica sulle minoranze. Alla periferia nord del paese due milioni di Baschi, con una fortissima coscienza identitaria, vagheggiano un’impossibile indipendenza e per alcuni decenni una frazione di essi ha combattuto con le armi. Risultato: repressione politico-militare e nessuna indipendenza. Accade quando si ignorano i rapporti di forza. Alla periferia est, in Catalogna, un referendum ha sancito una secessione vietata, contro la quale Madrid ha agito – sin qui – con scarsa violenza. E così sarà, finché alcuni scriteriati non useranno le bombe per una sconfitta certa che provocherà morti e disastri. Rapporti di forza.
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Anche l’Italia ha le sue periferie dove cova il malumore. Il Sudtirolo, ridenominato ‘Alto Adige’ dall’impero interno e sotto occupazione militare da 100 anni, sogna il ritorno a casa. A suo tempo dei sudtirolesi si dedicarono al tritolo. Ne subirono scarse conseguenze per ragioni al tempo stesso ovvie e complesse. Un conflitto latente. Ove diventasse conclamato, l’esito sarebbe scontato: repressione e sconfitta. Qui però, a differenza di Euskadi, isola etnico-linguistica senza sostegno esterno, esiste un paese di riferimento e di appoggio politico e, al limite, militare, nel quale, tra l’altro, le forze nazionaliste non hanno mai accettato la perdita di quel territorio (beffarda nemesi dell’irredentismo) come conferma l’ipotesi del doppio passaporto che la nuova Austria nazional-sovranista intende offrire a quei fratelli separati.
L’indipendentismo padano è stato un vago obiettivo della Lega, che poté essere concepito e figurare come programma politico solo perché vi era un preesistente fondo di malcontento mescolato ad un imperfetto sentimento di appartenenza allo stato-nazione italiano (lascito del Lombardo-Veneto). L’ipotesi di una secessione del Nord è fuori dall’orizzonte politico. Ora. Mentre il futuro, come si sa, …è incerto.
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Minoranze sofferenti esistono – in forma latente – in molti stati-nazione. Nella sola Europa la Francia ha i problemi córso e bretone, la Gran Bretagna quello scozzese, il Belgio quello fiammingo, la Romania quello ungherese, mentre non è del tutto risolto quello cossovaro rispetto alla Serbia.
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Nel mondo il numero delle comunità identitarie dolenti è cospicuo. Quasi tutti gli stati-nazione delle Americhe avrebbero il problema degli amerindi, se non fosse che la sproporzione delle forze, già letale due secoli fa, lancia nel regno del delirio ogni ipotesi di riscossa. I curdi, popolo senza stato, posti alla periferia di tre stati-nazione, da decenni lottano alternativamente o simultaneamente contro l’uno e contro l’altro con gli esiti noti: devastazioni e massacri. Vittorie impossibili. Rapporti di forza. Dei palestinesi si può dire solo questo, che il loro glorioso Fronte del Rifiuto, va lodato in linea con Machiavelli, solo per le intenzioni.
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Quanto allo scontento in sé, non è importante stabilire se sia legittimo o meno, se abbia origini economiche o religiose o linguistiche. E’ irrilevante accertare se quelle minoranze siano represse o meno, povere o ricche, se abbiano torto o ragione. Se esistono, esistono e là possono sorgere promotori di sollevazioni che, stanti i rapporti di forza, hanno un esito assicurato: la sconfitta e una cascata di effetti negativi. Prevedibilissimi.
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Quattro esempi storici
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Poiché gli imperi esistono da millenni, da millenni si registrano rivolte contro di essi. Salvo rare eccezioni, finite nella catastrofe.
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Alessandro Magno assediò Tiro che non voleva consegnarsi. Dopo qualche mese, per non perdere tempo e risorse preziose, propose di risparmiare la città a certe condizioni. Istigati da animosi dissennati che giudicavano quella proposta una confessione di debolezza, gli assediati rifiutarono. Così il macedone impegnò l’esercito fino in fondo e la città venne distrutta. Quegli abitanti che non si suicidarono vennero ammazzati. Compresi i profeti dell’orgoglio.
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I popoli di Giudea, eternamente insofferenti dell’occupante romano, organizzarono numerose rivolte finché non giunse Tito a distruggere Gerusalemme. Rivolta e sconfitta. Come sempre.
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I Celti d’Inghilterra, trovando insopportabile il dominio romano, sotto la regina Budicca organizzarono la lotta di indipendenza. Quasi ci riuscirono. Ma il “quasi” fu esiziale. Vennero distrutti a Watling e la sottomissione durò secoli.
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Dopo decenni di resistenza antiromana i Celtiberi vennero assediati in Numanzia da Scipione Emiliano. Ridotti al cannibalismo, vennero distrutti. La città rasa al suolo. Chi distrusse Numanzia? Coloro che sfidarono forze superiori invincibili, che sognarono l’inverosimile, che sedussero i numantini promettendo l’impossibile. Scipione non c’entra.
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Eroica e sterile testimonianza
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Esistono tuttavia popoli che patiscono una sorte tale per cui non è la speranza della vittoria quanto l’insopportabilità della condizione a metterli in azione, o tutti insieme o una loro minoranza. A questi non può essere imputata né follia né illusione. Va solo detto che la rappresaglia che subiranno sarà quella di sempre. Non si fa la guerra agli imperi (interni o esterni) pensando di farla franca e per quegli sventurati non resta che l’onore di una eroica testimonianza. Gloriosa sterilità. Non si aspettino che dalla loro sventura apprendiamo qualcosa sulla ferocia degli imperi. Ci era già nota.
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La parola del Genio
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Il rifiuto di valutare i rapporti di forza e l’efficacia seduttiva dei Velleitari sono millenarie. Perciò se ne occupò Machiavelli, giudicando che valesse la pena trattarne per evitare alle genti future i disastri patiti nel passato. Egli notava appunto come non ci sia paragone tra la capacità seduttrice dei Velleitari e le gelide, inani ragioni dei Realisti. Questi, se non descritti semplicemente come quinte colonne, agenti del nemico, appaiono deboli e infingardi, vecchi e timorosi, subdoli sprezzatori dei cittadini. Viceversa i Velleitari, seduttori delle moltitudini, coraggiosi e generosi, giovani e arditi, veri amici del popolo.
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La realtà anemica, amara, avvilente. Il sogno audace, gagliardo, esaltante. Il miraggio innamora.
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Leggiamo qualche riga dello scioccante LIII capitolo dei Discorsi (Libro I). Era Annibale in Italia da dieci anni. Si presentò al Senato Marco Centenio Penula ad esigere la licenza di arruolare volontari con i quali in breve tempo avrebbe facilmente sconfitto il nemico. Viceversa si sarebbe rivolto al popolo manifestandogli la viltà del Senato. Sotto questa minaccia gli fu dato il via libera.

Scrive Machiavelli: “Andò dunque costui con una moltitudine inordinata a incomposta a trovare Annibale e non fu prima giunto all’incontro che fu rotto e morto con tutti quegli che lo seguivano”.
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E aggiunge: “… quando nelle cose che si mettono innanzi al popolo si vede guadagno ancora che vi sia nascosta sotto perdita; e quando e’ pare animoso ancora che vi sia nascosta sotto la rovina della repubblica, sempre sarà facile persuaderlo alla moltitudine…” giacché, purtroppo “…il popolo molte volte, ingannato da una falsa immaginazione di bene, desidera la rovina sua …e Dante dice a proposito …che il popolo molte volte grida ‘Viva’ la sua morte e ‘Muoia’ la sua vita…”.
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Così parlò il fiorentino ed io relata refero.


Negare la natura…

21/09/2019

…per migliorare il mondo (o per peggiorarlo)

Verità e menzogne per il bene per il male

Tutti coloro che sono stati e sono ai vertici della piramide sociale o ai livelli medio-alti, i privilegiati e i benestanti, i dominanti, hanno giustificato la loro posizione anche (pur se non solamente) rimandandone l’origine o la motivazione nella Natura. A questa imputavano diseguaglianze, ingiustizie, dominii, gerarchie.

Aristocrazie di ogni epoca, borghesia ottocentesca e successiva, razze e etnie dominanti si sono sempre fatte scudo della Natura per chiudere la bocca ad agitatori sociali, contestatori, riformatori, utopisti, rivoluzionari, anticolonialisti, antirazzisti etc. (e per tacitare la propria coscienza).

Questi invece, avendo finalità opposte, della Natura hanno negato l’esistenza o l’hanno sostenuta ma giurando che essa non giustifica le diseguaglianze, derivanti invece da processi storico-sociali che in realtà deformano e tradiscono la vera naturale uguaglianza degli umani. Ingiustizie e gerarchie dunque non in ordine con essa, ma letteralmente contronatura.

Lo stesso dicasi per le pulsioni individuali verso comportamenti antisociali, originate (se non tutte, quasi) da cause sociali. “Gli esseri umani sono buoni, è la società a renderli cattivi”.

E’ una contraddizione stridente negare la Natura (e la natura umana) e al tempo stesso sostenere che esiste ma che è buona, non cattiva. Questa contraddizione però non ha portato né danni né imbarazzi ai progressisti del mondo, giacché nei conflitti ideal-politici coerenza e logica sono irrilevanti e le contraddizioni, quando non siano addirittura indispensabili, ben raramente sono dannose.

Primi furono gli illuministi per i quali con l’istruzione e l’educazione l’umanità avrebbe marciato verso “sorti magnifiche e progressive” stante “l’infinita perfettibilità umana”. Dopo di loro vennero i democratici dell’Ottocento, i primi antirazzisti, i socialisti, i marxisti-comunisti . Insieme, o poco dopo, gli anticolonialisti e le femministe.

Tutti a negare che la Natura abbia a che vedere con l’ordinamento sociale e – men che mai – che lo possa giustificare (la c.d. “fallacia naturalistica”). Procedimento che ha dato qualche risultato.

Contadini, lavoratori manuali e sottoproletari non sono più considerati esseri inferiori. Il razzismo esiste ancora, ma non riesce più a giustificarsi chiamando in causa un’inferiorità naturale, né verso gli orientali né verso gli africani. Gli stessi delinquenti, pur venendo perseguiti, non sono per questo considerati dei subumani, come invece fu per secoli. Rei sì, ma non “inferiori”. Non si esprimono più giudizi “ontologici” di inferiorità su nessuna di quelle categorie. Un certo progresso dunque c’è stato e su questo, negare la Natura ha aiutato. Ma c’è un fondamento: quelle asserite “differenze naturali” non esistono. Scientificamente. Non ci sono. Punto.

Diseguaglianze, ingiustizie, esclusioni, discriminazioni, gerarchie di classi e di popoli continuano tuttavia a persistere. Chi le combatte continua a sostenere che esse sono fondamentalmente contronatura, come se la Natura fosse egalitaria e gli umani fossero buoni. Il che è falso.

Mentre è certo che tutti gli uomini appartengono alla stessa specie – DNA dixit – è invece falso che la Natura sia egalitaria e solidaristica. E’ bellissima ma spietata. In essa vige davvero la legge del più forte/fortunato: chi ce la fa si salva, chi non ce la fa muore. La legge della giungla. Appunto.

Se non vogliamo diseguaglianze, preclusioni, sfruttamenti etc. ciò è per una scelta morale, perché esercitiamo una opzione, non perché la Natura sia a ciò conforme. Al contrario.

Malattie, vecchiaia e morte sono ben dei fatti naturali, ma non per questo gradite.

Ingiustizie, discriminazioni e gerarchie sono fatti naturali, ma noi umani, per scelta etica, abbiamo deciso che sono mali contro i quali combattere.

Chi afferma che le ingiustizie sono innaturali, che il sistema economico fondato sulla legge della giungla (capitalismo) è contronatura, mente. E persiste*. Quella della giungla è appunto la legge della Natura.

Ha un solo difetto: è spietata ovvero disumana. Naturalmente disumana.

Resta il femminismo. Anche questa ideoutopia nega la Natura …e mente. Perché bianchi, neri e gialli sono naturalmente uguali. Femmine e maschi (di qualsiasi colore) sono naturalmente diversi. Lo dice il DNA (…ma non era necessario, …si “intuiva”…). Nondimeno quella negazione – quella bugia – è stata utilissima, uno strumento indispensabile nella sua lotta contro gli UU. Un’arma vincente.

Morale? Verità e menzogna sono strumenti per cambiare il mondo. Verso il meglio o verso il peggio. O per lasciarlo come è. Non fa differenza.


Tra virgolette citazioni (non testuali) in qs. ordine: J.J. Rousseau, G. Leopardi, N. de Condorcet, G. E. Moore. La fortunata formula di Moore “fallacia naturalistica” è depistante rispetto al suo significato e va intesa come “seduzione naturalistica” perché non si tratta di un errore innocuo, ma di un’idea psicologicamente disarmante. * L’ultimo in ordine di tempo e fama è T. Piketty che ripropone la favola di cui sopra: le ingiustizie sarebbero contronatura (con applausi del popolo…).


Di chi è la vita

11/09/2019

…della società o dell’individuo?

Ritorna ciclicamente la questione della legittimità morale dell’eutanasia e delle pratiche assimilabili.  Giorni fa si è appreso di un uomo deceduto dopo 31 anni di coma. Oggi si ha notizia che M. Schumacher sarebbe cosciente e al tempo stesso si ascolta un intervento del presidente della CEI, card. Bassetti, ovviamente avverso ad ogni ipotesi di legalizzzazione del suicidio assistito.

Il principio alla base di ogni opposizione all’eutanasia, nelle sue diverse forme, è che la vita è sacra ed a nessuno è lecito sopprimerla. Neppure all’interessato: non esiste il “diritto di morire”.

Chi non sottoscriverebbe la dichiarazione che la vita è sacra, indisponibile e intangibile?

Purtroppo la vita non è né sacra né intangibile. É profana nel senso che è stata ed è profanata da sempre, ciò – e qui sta la contraddizione insanabile, occultata e forse neppure avvertita – che rende vuoto e mistificatorio quel grande principio.

La vita dei singoli e delle masse è da sempre rivendicata dalla società (Stato, tribù, comunità, etnia, classe, confessione, etc.) come proprietà indiscussa, della quale ha disposto a piacimento, senza che mai gli oppositori dell’eutanasia abbiano mosso obiezioni. La vita di miliardi di persone è stata sacrificata dai poteri collettivi nel corso della storia, per le più degne o indegne ragioni, sotto i più nobili o i più nefandi principi, i più indiscutibili o vergognosi interessi: la guerra.

Miliardi* di uomini sono morti mentre assassinavano altri miliardi di uomini.

Purtroppo la vita non è sacra.

Se si afferma – sarebbe lecito farlo – che non esiste il diritto di morire si deve prima affermare che meno ancora esiste il dovere di uccidere. Invece questo esiste. E’ il dovere del soldato di uccidere i suoi pari con altra divisa.

Ma la contraddizione è ancora più profonda, sino al paradosso. Mentre si nega il diritto di disporre della propria vita per il proprio interesse, si approva ed anzi si glorifica colui che in una operazione kamikaze va ad ammazzare e ad ammazzarsi nell’interesse altrui. Togliersi la vita e farsi aiutare nel farlo è lecito, l’eutanasia dunque è già lecita, purché sia a vantaggio di una organizzazione collettiva (Stato, tribù, comunità, etnia, classe, confessione, …) secondo le decisioni di coloro/colui che le controlla/governa.

La persona non ha dunque il diritto di morire, non possiede la propria vita. Essa è proprietà di Sargon I e di Pol Pot, di Innocenzo III e del Duce, di Ramsete II e di Hirohito. Delle Repubbliche socialiste come di quelle capitaliste. Di imperatori, re, viceré, luogotenenti. Di leader massimi e …minimi.

La vita non è sacra, non è indisponibile, non è il valore supremo. Non appartiene nemmeno a Dio. E’ possesso di potenze terrestri e di chi le comanda. Di questi, non del soggetto vivente.

Se non ho il diritto di morire, perché ho invece il dovere di uccidere e di morire uccidendo?

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* Si calcola che negli ultimi 80.000 anni siano vissuti circa 90 miliardi di uomini. Si calcola pure che dal 3 al 4% siano morti nelle guerre di tutti i tipi.
11/9/19

 


Con i “SE” si fa la storia

07/09/2019

…solamente con i ‘se’

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“Con i ‘se’ non si fa la storia”. E’ una locuzione diffusissima, profferita in modo irriflesso da chi voglia tacitare un interlocutore cui sia sfuggito, improvvidamente, un ‘se’ riguardo al passato.
Colpito da questa pistolettata, il malcapitato tace.
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L’idea da cui si parte è che, analizzando la storia, raccontandola, non si possa far altro che prendere atto degli avvenimenti i quali sono andati in un modo e non nell’altro e vanno descritti per come sono andati non per come sarebbero – forse – potuti andare. Un modo diverso per dire che non si può modificare il passato. Ciò sembra molto ragionevole.
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Lo sarebbe davvero se la ricostruzione mirasse semplicemente a descrivere la successione degli avvenimenti. Se fosse il filmato di uno spicchio del passato, da guardare tacendo e senza imparare nulla.
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Senonché nessuna ricostruzione storica avrebbe ragion d’essere se non ci aiutasse a capire, ad imparare qualcosa ed è proprio questo lo scopo dello studio della storia. Questa è la finalità – implicita – di ogni narrazione. A quel fine, in modo spontaneo, corriamo a cercare le cause, i condizionamenti, e le scelte che precedettero ed accompagnarono quei fatti.
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Ora, e qui viene il bello, la ricerca delle cause include necessariamente e immediatamente la valutazione di ipotesi alternative, lo si riconosca o meno. La conoscenza è sempre conoscenza della catena delle cause e degli effetti, a loro volta causa di quelli successivi. La causa è riconoscibile solamente quando si isola – momentaneamente e per quanto possibile – un fattore e si elaborano congetture sulle diverse conseguenze che si sarebbero verificate (o si verificheranno) sostituendolo con un altro o modificandolo, poco o tanto, in termini di qualità, quantità, luogo, tempo etc..
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Ed è precisamente quel che fa la scienza sperimentale che in tal modo acquisisce conoscenza. Si analizzano i dati di un esperimento, ossia quel che è accaduto ore o mesi o anni prima ( e questo è il passato, ossia: storia) e su quella base si progetta un nuovo esperimento, confermando o modificando quel dato fattore allo scopo di registrare le connesse variazioni negli effetti (e questo è il futuro). Tale progetto presuppone il ‘se’ di cui è anzi una articolazione fattuale.
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Chiedersi “Cosa accadrebbe se modificassimo in questo senso quel parametro…?” equivale a chiedersi “Cosa sarebbe accaduto se lo avessimo modificato la volta precedente…?”. Che differenza fanno il dopo o il prima?  La domanda è precisamente la stessa, ha la stessa funzione ed il medesimo valore euristico. Rivolta al futuro o al passato non ha importanza: è la medesima. La relativa opzione mi darà (futuro) lo stesso effetto che mi avrebbe dato nel passato.
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Non conta che la domanda venga espressa nella prospettiva del passato o in quella del futuro, che il fatto sia accaduto o debba ancora accadere, tanto è vero che si può narrare (il cinema ne è prova) come futuro un avvenimento del passato (cambiando ambientazione, costumi etc.). In questo caso si vede bene che il ‘se’ rivolto alle scelte future di un personaggio è precisamente quello stesso ‘se’ che applichiamo al passato. Chiedersi “…cosa accadrebbe se Mario tacesse?” in questo falso futuro non è altro che chiedersi “…cosa sarebbe accaduto se Mario avesse taciuto?” nel vero passato.
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E’ che  ci lasciamo ingannare dal fatto che il passato non si può cambiare dimenticandoci con ciò che quel che ci interessa è il futuro e che stiamo inconsciamente proiettando quel passato nel futuro perché vogliamo imparare dalla storia (pubblica e privata). Noi siamo interessati a conoscere, ipotizzando il ripetersi di quel contesto nel futuro, quali sarebbero i diversi effetti delle diverse scelte (nostre o altrui). Solo in questo modo si impara dalla storia.
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E’ questo lo scopo che ci prefiggiamo nello studio (e nel racconto) della storia del mondo, dei popoli, dei gruppi. Ed è anche il modo con cui impariamo dalla nostra biografia, la nostra storia individuale.
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Nel soppesare le conseguenze delle nostre scelte (ovviamente sempre rivolte al futuro) il ‘se’, ossia la valutazione alternativa delle diverse opzioni, più che lecito è indispensabile,  tanto che nessuno ha mai detto né mai dirà: ”Con i ‘se’ non si fa il futuro!” giacché è proprio con i ‘se’ che progettiamo la vita. Passato e futuro – entrambi presentificati solo nella mente – sono due etichette che ai fini della conoscenza possono venir scambiate senza effetti F=P (…e quindi P=F… sic!).
Essendo dunque legittimo ed anzi necessario il ‘se’ targato F lo è parimenti quello targato P. Nulla muta.
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Nessuno dirà che Niccolò Machiavelli fosse sprovveduto o ingenuo, tuttavia nel Principe, ed ancor più nei Discorsi, usa senza remore il ‘se’ controfattuale riferito ad avvenimenti (scelte) di uomini e popoli del passato benché il suo scopo consistesse nel trasmettere insegnamenti …per il futuro.
Dice esplicitamente di aver scritto quei libri per tramandare ai posteri la conoscenza da lui acquisita dalla storia affinché giovi ad altri …nei tempi a venire (ovviamente).
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Certo, lui aveva un vantaggio su di noi: nessun interlocutore che potesse tacitarlo con la speciosa, inconsistente e tuttavia letale formula: “Con i ‘se’ non si fa la storia!”.
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Fantasma dialettico, locuzione virale durata secoli ma della quale anche noi, ora e finalmente, ci siamo liberati.
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Grazie Niccolò.

“Con i ‘se’ non si fa la storia!” Vero: ma noi non “facciamo” la storia, quella è già fatta.

Noi la studiamo… introducendovi tutti i ‘se’ necessari.